L’uso errato della fede da parte della politica: uno scontro destinato alla storia

L’uso errato della fede da parte della politica: uno scontro destinato alla storia

Da secoli, sovrani, dittatori e leader mondiali hanno fatto ricorso ad ogni strumento a loro disposizione per legittimare le proprie conquiste, tanto dinanzi all’opinione pubblica interna quanto al cospetto della comunità internazionale.

Il Presidente degli Stati Uniti, nelle sue recenti dichiarazioni, sembra aver estremizzato tale prassi, arrivando a piegare la fede e le Sacre Scritture a strumento di legittimazione della propria discutibilissima politica militare. Si tratta, probabilmente, di un fenomeno che evidenzia l’esaltazione narcisistica di un leader globale, coniugata a una visione profondamente utilitaristica della religione, capace di suscitare sdegno e indignazione tra i fedeli cattolici di tutto il mondo. Una deriva che appare come un inquietante ritorno a tempi passati, quando i tiranni ricorrevano al divino per giustificare il proprio potere, ritenuto espressione diretta della volontà di Dio.

Già il 10 marzo, il Segretario alla Difesa Hegseth, nel corso di una conferenza stampa relativa ai massicci bombardamenti in Iran, aveva citato il Salmo 144: “Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia”, utilizzando il passo biblico come forma di giustificazione dell’azione militare in Medio Oriente. Questa citazione dimostra l’insistenza dell’amministrazione Trump nel voler fondare le proprie scelte politiche su una presunta legittimazione universale, piegando riferimenti religiosi a sostegno di strategie geopolitiche, che violano il diritto internazionale.

In questo contesto si inseriscono le forti accuse mosse dal presidente americano al Pontefice, in uno scontro che troverà spazio nei libri di storia, per la spregiudicatezza e la forza dei toni; che dimostrano non soltanto una frattura senza precedenti nei rapporti tra la leadership politica statunitense e l’autorità morale della Chiesa cattolica, ma anche una più ampia crisi del linguaggio politico contemporaneo, sempre più incline alla polarizzazione e alla spettacolarizzazione del conflitto. Le critiche rivolte al Pontefice, inoltre, sembrano inserirsi in una strategia comunicativa volta a delegittimare ogni voce contraria, anche quando essa proviene da un’autorità religiosa che, per sua natura, si richiama a principi universali di pace, giustizia e solidarietà.

Francesco Lo Bianco

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