Una riflessione pasquale che, sulle orme di Tommaso, invita a cercare una fede viva e concreta, capace di riconoscere il Risorto nelle ferite e nelle speranze dell’umanità.
La lettera
I nostri auguri pasquali quotidiani. Insieme a Tommaso, Tea e Alexsandra.
Caro Tommaso,
ogni anno, la seconda Domenica di Pasqua scendi dai piani alti della “tua” divina Gerusalemme celeste. Riesci a farlo con l’impeccabile puntualità di un orologio svizzero. Per stare in mezzo a noi. Per ritornare ad essere quel discepolo che ha indossato la sudata tunica della ricerca della Verità. Hai calzato i sandali dalla doppia suola. Quella che ti ha permesso di prendere a calci la paura. Di uscire da quel luogo chiuso dove gli altri tuoi compagni di viaggio continuavano a sostare. Per paura dei Giudei. O meglio, per l’umana paura di perderci la pelle. Di fatto quando il Risorto li ha visitati per la prima volta, tu non eri con loro. Siamo certi che non eri uscito di casa per concederti una rilassante passeggiata primaverile. Di quelle salutari che danno il buongiorno all’alba della domenica di tanti nostri cari amici. Tu, invece, eri scappato da quel luogo chiuso perché non tolleravi più il buio della tristezza da sepolcro. Quell’odore di umido e muffa che riempie le narici fino a raggiungere il palato. Le papille gustative della tua fede gridavano il bisogno di “mangiare” i sapori del “pane vivo”, del pane della Speranza. Detestavano il sapore acido generato dall’inarrestabile reflusso dei chiusi canali della rassegnazione. Di una amara sconfitta che sembrava senza ritorno.
Tu, caro Tommaso, avevi intuito il valore dell’uscire. Del cercare. Del cercare “la via nuova” tracciata dal Risorto tra le mura della storia. Del presente. La tua è stata una “fuga evangelica”. Ma dopo quella fuga hai sentito forte il bisogno di tornare a casa. Dai tuoi fratelli. Ed è li che anche tu hai incontrato il Risorto.
Ma c’è un dettaglio prezioso che non possiamo tralasciare. Tu, caro Tommaso, avevi chiesto al Risorto di mettere il tuo dito nel segno dei Suoi chiodi e la tua mano nel Suo fianco. Così ti doni a noi come icona di quella “curiositas” laboriosa della fede che non vuole restare nell’attico verdeggiante degli ideali. Tra gli scaffali dei ripostigli dove esponiamo le conserve dei nostri pii desideri e delle magiche e pseudo devozioni. Hai chiesto di sporcarti le mani con l’esperienza concreta del toccare. Quel metterci il cuore, la faccia, la schiena, il respiro. Quel bisogno di incarnare la fede. Di renderla onesta. Senza farla diventare spettacolo. Magari tra i palcoscenici delle solenni celebrazioni ”liquide” che annegano tra le acque del “rituale” o del “virtuale”.
Sono trascorsi otto giorni. Il Risorto, al vederti, si ricorda ancora della tua richiesta. E da vero Maestro ti invita a toccare con le tue mani le Sue ferite. Un’esortazione che porta con sé anche la folgorante ombra del richiamo. Però, a seguire, nella dinamica della narrazione assistiamo ad una paralisi di ogni tuo gesto. Un arresto lucido. Fuori dal registro dei tuoi iniziali desideri. Hai voluto dare voce solo alla voce del tuo cuore. Al cuore della tua fede: «Mio Signore e mio Dio». Forse perché tu, caro Tommaso, avevi già toccato i segni della passione e del dolore nelle ore della tua “fuga evangelica” nei fratelli e nelle sorelle che avevi incontrato. Nei corpi, nelle menti dei nemici del tuo Maestro. Segnate dalle ferite dell’odio. Del corale: «Crocifiggilo». Li avevi accarezzati con i tuoi stessi occhi nei tanti volti sfiduciati, costernati dalle ferite del dubbio, dai solchi profondi della delusione. Come te, avevano seguito quel Maestro sul cui capo alla fine avevano visto posare solo la corona del fallimento.
Oggi con la determinazione evangelica di quell’ottavo giorno, sei venuto a spalancare porte e finestre chiuse delle nostre chiese. Per farle abbracciare dalla luce della fede Pasquale. Proprio tu, il discepolo “addetto” alle apparizioni, ci fai dono di una tua apparizione-lezione per darci le giuste direttive per incontrare il Cristo Risorto. Sottovoce ci ricordi che possiamo incontrarLo nei tanti fratelli e sorelle che, come Il Risorto, portano sulla loro carne i segni dei chiodi del dolore, della sofferenza, della disperazione. E che dai loro corpi questi chiodi sono stati tolti o bruciati dal fuoco della loro fede.
E noi questi chiodi li abbiamo toccati con le mani dei nostri occhi sui corpi crocifissi dei tanti ammalati che vivono il loro venerdì santo tra radio, chemio e terapie sperimentali. Vite che hanno voluto celebrare la Pasqua nel loro cammino di fede sperando e pregando che anche i loro corpi possano vivere la Pasqua della guarigione. Ma non basta. Del Risorto ne abbiamo sentito anche la voce. In quella, bagnata dalle lacrime della gioia, di Francesca e Piero. Sono stati a Roma al Bambin Gesù per un delicatissimo intervento della loro piccola Tea. Dopo il venerdì santo della paura e il sabato santo dell’attesa anche per loro è giunto l’annuncio atteso e sperato delle dimissioni-Resurrezione. Del ritorno a casa. La loro voce annunciava la gioia della vita. Dell’Amore paterno e materno. Della Pasqua da celebrare in famiglia. Ma c’è di più. Abbiamo pure incontrato il corpo del Risorto. Durante la veglia di Pasqua. Tra le mura della nostra Basilica. Lo abbiamo incontrato nel sorriso e nelle lacrime gioiose di Alexsandra, sbarcata dall’Albania a Collesano decenni fa e che ha ricevuto da adulta i sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Caro Tommaso, prima di concludere dobbiamo fare una doverosa puntualizzazione. Questa lettera non è indirizzata solo a te. Ha come destinatari i nostri amici, tanti compagni di viaggio, forse anche qualche conoscente, possibilmente anche qualcuno che non abbiamo mai visto o incontrato. Sai, quest’anno non avevamo ancora scritto nessun messaggio di auguri per la Santa Pasqua. Aspettavamo di incontrare proprio Te, caro Tommaso, perché farli insieme a Te, con i nostri ammalati; con Tea, la sua mamma, papà e il suo fratellino. Con Alexsandra, Daniele, il suo futuro sposo e i loro familiari può ricordarci che c’è un ottavo giorno per tutti. Può ricordarci che c’è una Pasqua quotidiana che non lascia dormire neanche la polvere.
Santa Pasqua quotidiana!
don Franco e don Matteo








