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Diocesi, la libertà dei figli di Dio: la testimonianza di Suor Chiara Gloria del Padre dei poveri

Diocesi, la libertà dei figli di Dio: la testimonianza di Suor Chiara Gloria del Padre dei poveri

A ventitré anni, da Gangi al monastero delle Sorelle Povere di Castelbuono, il cammino di Chiara Castello diventa testimonianza viva di una vocazione maturata nella Chiesa locale. Nel giorno del Battesimo del Signore, con l’inizio del noviziato e il nuovo nome di suor Chiara Gloria, una giovane racconta il suo itinerario spirituale, tra discernimento, famiglia, social, fraternità francescana e scelta radicale di libertà evangelica. Un racconto intenso che parla ai giovani, alla comunità e a tutti coloro che cercano il senso profondo della propria chiamata.

La testimonianza

Immaginate di vivere in un mondo in cui nulla può farci del male, in cui possiamo semplicemente andare in giro e fare ciò che sappiamo che è bene senza paura delle conseguenze. Ecco, vi dico che non è solo immaginazione, ma è la realtà in cui viviamo.

Caro lettore, il Signore ti dia pace.
Sono suor Chiara Gloria del Padre dei Poveri, ho 23 anni e sono di Gangi; chi mi ha conosciuta, prima che entrassi tra le Sorelle Povere di Castelbuono, mi conosce come Chiara Castello. Il 10 gennaio 2026, ai primi vespri della festa del Battesimo del Signore, durante il rito della vestizione, ho tagliato i capelli, ho vestito il saio delle Sorelle Povere, ho ricevuto il velo bianco e il mio nome nuovo, iniziando così il noviziato in questa fraternità.

Sono contenta di scrivere su questo giornale diocesano perché la diocesi è stata culla della mia vocazione. Nei gruppi di cui ho fatto parte e in tutte le attività in cui mi sono impegnata, cercavo il modo di saziare la sete di restituire a Dio ciò che Egli mi ha dato. Questi ambienti mi hanno insegnato tanto: il servizio all’altare mi ha insegnato che tutti siamo utili, ma nessuno è indispensabile; nell’Azione cattolica ho fatto esperienza della bellezza di ritornare bambini e di farsi piccoli; con i giovani missionari ho gustato lo spirito di squadra e l’entusiasmo del servizio; nella partecipazione al Sinodo diocesano ho capito che è importante dare il proprio contributo quando si è chiamati, anche quando ci sentiamo inadatti a parlare.

Nel ricordare i primi passi del mio discernimento, non posso non citare il mondo dei social e come mi sono lanciata, specialmente durante la pandemia, nell’evangelizzazione digitale. Ma, alla fine, l’evangelizzazione sono stata io a riceverla, insieme alla preziosa amicizia di alcuni ragazzi che sono stati i primi che ho chiamato fratelli e tali saranno per me per sempre. Inoltre, è stato proprio tramite i social che ho avuto l’occasione di partecipare al mio primo itinerario vocazionale e conoscere diverse forme di consacrazione. Da piccolina ho conosciuto i frati minori in paese, quando il convento era aperto, ma una conoscenza più approfondita della famiglia francescana l’ho acquisita con la marcia francescana. Nel confronto con i frati e con i giovani che frequentano le loro comunità, ho gustato la freschezza del carisma francescano che mi aveva sempre affascinato.

Poi la mia conoscenza si è allargata a tutta la famiglia francescana, fino ad arrivare alle Sorelle Povere; è stato per me naturale riconoscere nella loro vita i tratti di ciò a cui mi sentivo chiamata: la libertà dei figli di Dio. Cos’altro può trasparire dall’insistenza di santa Chiara per l’ottenimento del privilegio della povertà, se non una profonda sete di vivere proprio questo? Senza nulla di proprio: nulla che può trattenerci dalla sequela di Cristo, nemmeno la smania di avere sicurezze per le nostre vite. Perché «un uomo vestito non può lottare con uno nudo, perché più presto è gettato a terra chi ha dove essere afferrato» (Prima lettera di santa Chiara ad Agnese, FF 2867). Per questo dobbiamo ritornare alla nudità primigenia dei nostri progenitori. Paradossale come, per farlo, si passi invece da una vestizione.

Sì, perché a quella creaturalità non si può ritornare se non rivestendoci della gloria di Cristo: la Sua croce. L’abito a forma di croce, che san Francesco ha voluto, è nostro talamo, trono ed altare. Talamo dell’intimità della storia personale che ognuno di noi ha con Cristo, quella clausura del cuore in cui nessuno può entrare e quella misteriosa unione sponsale di Cristo con la Chiesa, di cui la vita consacrata è segno visibile (cf. Ef 5,32); trono della gloria, in cui entreremo per la misericordia che il Signore ha verso i suoi poveri e della regalità di chi, già su questa terra, non vuole essere schiavo di nulla che può trattenerlo dall’unione con Lui;
altare, per l’offerta della nostra vita, unita a quella di Colui che per primo si è offerto per noi.

In questi giorni mi hanno commossa le lacrime di parenti e amici. La mia famiglia soffre il distacco (e lo soffro anche io) e sono certa che i miei genitori si aspettavano altro da me, ma sono contenta che hanno accettato la mia scelta e che mi sostengono con il loro affetto. Caro lettore, li affido alla tua preghiera. Mi hanno interrogata profondamente anche le lacrime dei conoscenti. Cosa vedono in me? Poi ho capito: quando si è rivestiti di quest’abito non siamo più noi soltanto, ma con Paolo possiamo dire: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). È una grande gioia, ma anche una grande responsabilità. Prego che dalle mie azioni possa sempre trasparire l’amore di Cristo. Con la mia presenza in monastero voglio annunciarti la buona notizia: il Signore non dimentica la vita dei suoi poveri (cf. Sal 74,19; Is 49,13). Quando Cristo distese le braccia sulla croce, per riconciliare il cielo e la terra, ci rese figli adottivi (cf. Ef 1,5) e tutta la creazione adesso attende di entrare nella «libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21).

Quindi, caro lettore, cosa temi se hai un Padre che ti ama così tanto da donare il Suo Unigenito (Gv 3,16) ed è onnipotente e onnisciente? Cosa temi se hai un Padre dalle viscere materne? Cosa può temere uno che si è fatto povero per amore Suo, se il Padre dei poveri è l’Amore stesso: lo Spirito Santo? Non c’è più male insensato: tutto concorre al bene. Se abbiamo fede, abbiamo il dovere di annunciarlo anche davanti alle tragedie che il mondo ci pone davanti. Invito anche te a non preoccuparti del domani (cf. Mt 6,34), perché se Dio si prende cura dei gigli del prato e degli uccelli del cielo, quanto più si prenderà cura di te? (cf. Mt 6,25-32; Lc 12,22-31). Non avere paura di metterti in gioco per Cristo, di aprire la porta a un povero, di donare non solo il superfluo — che è giustizia — ma anche il necessario — che è carità. L’amore del Padre non mancherà mai. Custodiamo l’amore di Cristo, da cui nulla potrà separarci: né la spada, né la tribolazione, né la stessa morte (cf. Rm 8,35-39).

Lode al Padre che ci ha resi amministratori dei Suoi beni.
Lode al Figlio che ci ha insegnato, con la Sua vita, come amministrarli.
Lode allo Spirito Santo, maestro di preghiera, che intercede per noi con gemiti inesprimibili (cf. Rm 8,26), davanti al quale ogni anno i santi corrono a ringraziarLo sul sagrato del Santuario di Gangi, che tanto mi sta a cuore.

Suor Chiara Gloria del Padre dei poveri

Una risposta a “Diocesi, la libertà dei figli di Dio: la testimonianza di Suor Chiara Gloria del Padre dei poveri”

  1. Avatar Concetta Allegra
    Concetta Allegra

    Carissima Chiara è vero la tua mamma Anna Maria, mia collega e amica, ha sofferto all’inizio ma adesso vedendo la tua felicità sono sicura che anche lei sarà contenta per te❤️

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