A poche ore dall’elezione del nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, vi raccontiamo una storia di riscatto e di coraggio. Una storia che non può e non deve essere dimenticata. Una storia che parte dalle Madonie, più precisamente da Isnello, piccolo comune della Diocesi di Cefalù e che arriva fino alla Grande Mela, simbolo stesso dell’Occidente moderno. È la storia straordinaria di Vincenzo Riccardo Impellitteri, nato a Isnello nel 1900, figlio di un ciabattino, emigrato neonato in America con la famiglia nel 1901 e divenuto, mezzo secolo dopo, il 101º sindaco di New York, la capitale mondiale della finanza e dell’immaginario urbano.
All’inizio del Novecento, quando le valigie di cartone erano la speranza dei poveri e i bastimenti per l’America l’ultima illusione di un riscatto possibile, la famiglia Impellitteri lasciò Isnello. Partì con il cuore stretto e un sogno: una vita migliore. Per i figli, imparare l’inglese fu una fatica quotidiana. Per Vincenzo – “Vincent”, come lo chiamavano oltreoceano – fu il primo passo di una lunga ascesa. Si mantenne agli studi lavorando come inserviente negli alberghi di Broadway, dove il luccichio delle insegne e l’odore dei sogni infranti si mescolavano nell’aria.
Nel 1924 si laureò in legge alla prestigiosa Fordham University, retta dai gesuiti, che seppero in lui scorgere una mente brillante e un’anima tenace. Ma già prima aveva servito la patria adottiva: fu marinaio sul cacciatorpediniere USS Stockton durante la Prima guerra mondiale. Anche per questo, nel 1922 ottenne la cittadinanza americana: da emigrato a cittadino, da umile figlio di calzolaio a uomo della legge. Entrato nei ranghi del Partito Democratico, Impellitteri si fece subito notare per integrità e competenza. La sua carriera pubblica fu un’ascesa limpida: presidente del Consiglio comunale di New York (1945-1950), poi – dopo le dimissioni del sindaco William O’Dwyer – sindaco ad interim della città più complessa e spietata del mondo.
Ma quando nel 1950 decise di candidarsi per la conferma, i vertici del partito gli voltarono le spalle. Preferirono un altro nome, Ferdinando Pecora, anch’egli di origini italiane. Fu allora che Impellitteri decise di sfidare il sistema. Candidato indipendente, lanciò un programma chiaro, coraggioso e rivoluzionario: “Una crociata per un governo trasparente e decente. Un’opportunità gloriosa per spazzare via la corruzione, il comunismo e la criminalità organizzata.” Il suo motto, “Unbought and unbossed” – non comprato e non comandato – divenne un grido di libertà civica. Contro ogni previsione, vinse con il 44,2% dei voti, battendo il candidato ufficiale e dimostrando che anche un emigrato senza padrini poteva conquistare New York con la sola forza della propria onestà.
Durante i tre anni del suo mandato (1950-1953), “Impy”, come affettuosamente lo chiamavano i newyorkesi, trasformò l’amministrazione della città. Licenziò centinaia di funzionari corrotti, sostenne le indagini del procuratore Miles McDonald, avviò un vasto piano di opere pubbliche con l’ingegnere Robert Moses, e introdusse innovazioni come i parchimetri e nuove imposte che risanarono le disastrate finanze comunali. Rimase fedele alla sua promessa: “Farò del mio meglio per meritare la fiducia che avete riposto in me.” Era l’uomo del fare, ma anche della moralità pubblica. In un’epoca di scandali e connivenze, Impellitteri rappresentò una nuova etica civile: quella di un siciliano onesto che, invece di piegarsi, seppe reggere la schiena dritta contro ogni compromesso.
Nel settembre del 1951, cinquant’anni dopo la partenza, Vincenzo tornò nel suo paese natale, Isnello. Ad accoglierlo, un paese intero in festa: le campane di San Michele Arcangelo suonarono a distesa, le donne affacciate ai balconi agitavano fazzoletti, e il parroco che lo aveva battezzato, padre Domenico, lo abbracciò con commozione. Fu un momento epocale, documentato da Carlo Levi per L’Illustrazione Italiana, che descrisse l’incontro come “una stretta di mano tra due mondi”: l’antica Sicilia contadina e l’America del dopoguerra.
Concluso il mandato nel 1953, Impellitteri scelse di non ricandidarsi. Fu nominato giudice della Corte Criminale di New York, dove servì fino al 1965 con la stessa sobrietà e fermezza che lo avevano contraddistinto da sindaco. Morì nel 1987, a Bridgeport, nel Connecticut, colpito dal morbo di Parkinson, e venne sepolto nel cimitero cattolico di Derby. Fu l’unico sindaco di New York nato in Italia, tra i celebri italoamericani Fiorello La Guardia, Rudy Giuliani e Bill de Blasio. Ma, più di loro, fu l’uomo che restituì dignità alla Sicilia, in un tempo in cui Hollywood descriveva gli italiani d’America solo come gangster.
Vincenzo Impellitteri mostrò al mondo un’altra Sicilia: quella dell’onestà, del lavoro, del coraggio civile. Un figlio delle Madonie che, partendo da un borgo di pietra e silenzio, seppe scalare i gradini del potere mondiale senza mai dimenticare le proprie radici. Nessuna retorica, nessuna gloria effimera: solo la forza tranquilla della verità di un uomo giusto.
Una storia che l’America ha scritto, ma che la Sicilia ha il dovere di ricordare. Perché nelle vene di Vincenzo Impellitteri scorreva lo stesso sangue di coloro che, con le mani callose e lo sguardo fiero, hanno reso grande la nostra Sicilia nel mondo. E perché, forse, ogni volta che un nostro giovane sogna di cambiare la propria vita, nel silenzio delle Madonie riecheggia ancora il suo motto: “Unbought and unbossed.” Libero e incorruttibile.
Giacomo Sapienza









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