Care lettrici, cari lettori,
il 6 agosto, solennità della Trasfigurazione del Signore, Cefalù ha vissuto ancora una volta la festa del suo Santissimo Salvatore, “U Sabbaturi”, una delle ricorrenze più sentite, non solo in città bensì nell’intero territorio diocesano. Le vie della città si sono riempite di fedeli giunti da ogni angolo delle Madonie, dalla provincia di Palermo e anche dai Nebrodi. Accanto al popolo di Dio, le autorità civili e militari, le confraternite, i volontari e i portatori, custodi di una devozione che attraversa le generazioni.
Una giornata, lo abbiamo visto tutti, segnata da un caldo intenso, quasi opprimente. Una terra assetata attende la pioggia che restituisca respiro ai campi. Eppure, proprio in quel clima, la liturgia della Trasfigurazione ha indicato un’altra sete, quella dell’uomo che cerca una luce capace di rischiarare il cammino della storia, in un momento storico in cui il mondo sembra davvero essere sull’orlo del baratro.
Due sono stati i momenti che hanno scandito spiritualmente la giornata: l’omelia pronunciata dal Vescovo S.E.R. monsignor Giuseppe Marciante durante il solenne Pontificale del pomeriggio e, in serata, il tradizionale discorso rivolto alla città, al termine della processione per le vie della città. Due interventi diversi nella forma, ma profondamente uniti da un unico filo conduttore. La fede cristiana infatti non è un rifugio che allontana dalla realtà, ma una luce che permette di attraversarla.
Nell’omelia il vescovo ha quindi accompagnato l’assemblea in un intenso itinerario biblico e spirituale, salendo idealmente sul monte della Trasfigurazione insieme ai discepoli. «Ci sono momenti nella vita in cui il fondovalle diventa troppo stretto, troppo soffocante per il nostro cuore», ha detto, spiegando come ogni uomo avverta il bisogno di «cercare una luce che non tramonti» e di respirare un’aria nuova, soprattutto nello spirito.
Qui, con un raffinato intreccio di Sacra Scrittura e tradizione patristica, monsignor Marciante ha richiamato il Cantico spirituale di san Giovanni della Croce — «Cercherò il mio Amato tra i monti» — per ricordare che l’alto monte non è anzitutto un luogo geografico, ma Cristo stesso, nel quale si rivela definitivamente il volto del Padre. Dal Sinai al Carmelo, dal Tabor al Golgota fino al monte della Galilea, il vescovo ha tracciato una vera geografia della salvezza, mostrando come tutta la storia biblica trovi il suo compimento in Gesù Cristo.
Uno dei passaggi più forti dell’omelia è stato il richiamo alle recenti tragedie migratorie avvenute a Ceuta. Quelle persone, ha affermato con parole che hanno profondamente colpito l’assemblea, «sono vittime di tre poteri: un potere che li ha strumentalizzati, un potere che non li ha accolti, un potere che li ha respinti». Un giudizio netto che invita a spostare lo sguardo: non condannare chi fugge dalla disperazione, ma interrogare i meccanismi di potere che continuano a generare esclusione e morte. In tal senso, si era espresso anche l’Arcivescovo di Palermo, S.E.R. Monsignor Corrado Lorefice: «A Ceuta l’Europa – aveva scritto in un messaggio – dimostra in maniera lampante la crisi profonda della sua civiltà e dei suoi valori. Rinnega sé stessa in quanto patria del diritto e del riconoscimento di ogni donna e di ogni uomo in quanto appartenenti a una comune umanità, a una fraternità universale che ci supera».
L’omelia si è poi conclusa con un forte invito alla speranza. La Trasfigurazione, ha ricordato il vescovo, è la certezza che la nostra storia «non può finire nella miseria». Le fragilità dell’uomo, se consegnate a Cristo, non sono destinate allo sfiguramento, ma alla gloria. «Continuiamo a cercare l’Amato tra i monti della nostra esistenza», ha esortato, raccogliendo il comando del Padre: «Ascoltatelo».
Quindi, se nell’omelia la riflessione si è mossa più che altro sul piano della contemplazione, il tradizionale discorso alla città ha tradotto quella stessa luce nelle sfide concrete della comunità civile. Perché, è importante sottolinearlo, i discorsi che i vescovi tengono consuetamente alle città, nelle occasioni più importanti, possono benissimo essere tradotti come esercizi di coscienza civile e morale. Essi infatti offrono una lettura sapienziale della realtà, costruiscono ponti, coesione sociale, richiamano le istituzioni alla politica del bene comune, danno voce a chi non ce l’ha e infine, incoraggiano e infondono speranza. Abbiamo tanto bisogno di speranza.
«La bellezza del Cristo non serve a farci isolare dal mondo, ma a illuminare le oscurità della valle»: questa affermazione è diventata la chiave di lettura dell’intero intervento. Rivolgendosi alle istituzioni e ai cittadini, il vescovo Marciante ha ricordato che Cefalù «non è soltanto una meta turistica di rara bellezza», ma una comunità viva, chiamata a custodire la propria identità e a costruire il bene comune attraverso la legalità, la trasparenza e la responsabilità condivisa.
Tra i passaggi più significativi, l’annuncio dell’istituzione, nella chiesa di San Nicola, di una comunità cattolica di rito siro-malabarese per i fedeli indiani presenti sul territorio. Un gesto che il vescovo ha accompagnato con parole destinate a lasciare il segno: «Ogni straniero che si presenta nella nostra città deve essere ben accolto, amato e rispettato». Quest’ultima, una precisa indicazione pastorale che riconosce nella dignità della persona il fondamento della convivenza.
Da qui, il vescovo ha affrontato il tema del lavoro e dello spopolamento, tema che sta molto a cuore al vescovo, come spesso abbiamo avuto modo di ribadire proprio grazie ai suoi appelli. Riportando il dialogo con tanti giovani costretti a lasciare la Sicilia, ha dato voce a una ferita profonda del territorio: «Altrove mi trattano meglio, mi danno uno stipendio adeguato, rispettano le mie capacità». Da qui la domanda che interpella l’intera comunità: quale futuro stiamo costruendo perché i nostri giovani possano scegliere di restare?
Infine il ricordo commosso del suo predecessore, mons. Francesco Sgalambro, nel decimo anniversario della nascita al cielo, il prossimo 11 agoato. Ne ha ricordato soprattutto la «carità silenziosa», vissuta senza clamore, facendo del bene con discrezione e umiltà. Un’eredità spirituale che continua a parlare alla Chiesa cefaludense.
Infine, care lettrici, cari lettori, desidero esprimere un sincero e profondo ringraziamento a tutta la redazione de Il Cefalino per la dedizione, la professionalità e la costanza dimostrate nel corso di questi intensi giorni di festa. Il mio grazie va a Salvo Ciano, Armando Geraci, Giuseppe Cavallaro, Giuseppe Simplicio, Franco Turdo e Giacomo Sapienza. Un riconoscimento particolare desidero rivolgerlo al nostro instancabile coordinatore di redazione, Salvatore Varzi, che con competenza, passione e spirito di servizio ha offerto un contributo prezioso alla realizzazione delle dirette e di tutto il lavoro editoriale che ha accompagnato i festeggiamenti del Santissimo Salvatore.
Il Santissimo Salvatore ha quindi affidato una responsabilità. La luce della Trasfigurazione non è destinata a rimanere sul monte, ma a illuminare la valle della storia. È lì che il Vangelo incontra le attese dei giovani, le ferite del lavoro, il volto dei migranti, il dolore dello spopolamento e la speranza di un territorio che continua a credere nel futuro.
Viva Gesù Sabbaturi!
Giovanni Azzara









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