, ,

Santissimo Salvatore 2026, il Vescovo Marciante alla città di Cefalù: «Non abbiate paura del futuro, continuiamo a coltivare segni di speranza»

Santissimo Salvatore 2026, il Vescovo Marciante alla città di Cefalù: «Non abbiate paura del futuro, continuiamo a coltivare segni di speranza»

Al termine della solenne processione del Santissimo Salvatore, momento culminante dei festeggiamenti patronali di Cefalù, il vescovo S.E.R. monsignor Giuseppe Marciante ha rivolto il tradizionale discorso alla città, accolto sul sagrato della Basilica Cattedrale dalle autorità civili e militari e da una folla di fedeli giunti non solo da Cefalù e dalle Madonie, ma anche da numerosi fedeli giunti dal territorio diocesano e dai Nebrodi.

Il vescovo ha definito la festa del Santissimo Salvatore «non una semplice consuetudine, ma un vero e proprio battito del cuore della nostra città», ricordando come ogni anno la solennità della Trasfigurazione riporti tutti «sotto lo sguardo amorevole e solenne di Gesù Pantocratore», che dall’abside della Cattedrale continua ad abbracciare la città, il mare e le Madonie.

Ripercorrendo gli otto anni del suo ministero episcopale a Cefalù, monsignor Marciante ha quindi ringraziato il Signore per il cammino compiuto insieme alla diocesi, ricordando il filo conduttore delle sue lettere pastorali: costruire una Chiesa capace di ascoltare, di mettersi in cammino e di superare la logica del «si è sempre fatto così», per essere una comunità solidale, missionaria e vicina alle persone. Tra i passaggi più intensi del suo intervento, il richiamo a una fede che si traduce nella vita concreta. «Una liturgia senza la carità e senza la giustizia sociale diventa disincarnata», ha affermato il vescovo, ribadendo come la Chiesa debba continuare a rivolgere lo sguardo ai giovani, agli anziani soli, alle famiglie in difficoltà e ai territori dell’entroterra segnati dal rischio dello spopolamento.

Non è mancato un momento di profonda vicinanza alle famiglie di Giuseppe Longo e Filippo Carollo, ricordati nella preghiera insieme a tutti coloro che vivono il dolore della perdita dei propri cari. Prendendo spunto dal Vangelo della Trasfigurazione, il vescovo ha ricordato che i discepoli avrebbero voluto fermarsi sul monte Tabor, ma Cristo li invita a ridiscendere nella valle. «La bellezza del Cristo non serve a farci isolare dal mondo, ma a illuminare le oscurità della valle», ha detto, indicando nella fede una forza capace di trasformare la società e di farsi servizio verso gli altri. Rivolgendosi direttamente alla città, il Vescovo Marciante ha lanciato un forte appello al bene comune, invitando tutti, credenti e uomini di buona volontà, a custodire la bellezza del territorio, a promuovere la legalità, la trasparenza e una cultura dell’accoglienza.

Tra gli annunci più significativi del discorso vi è stata la comunicazione dell’istituzione, nella chiesa di San Nicola, di una comunità cattolica di rito siro-malabarese destinata ai numerosi fedeli indiani presenti nel territorio. «Ogni straniero che si presenta nella nostra città deve essere ben accolto, amato e rispettato», ha affermato il vescovo, sottolineando come l’integrazione passi anche attraverso la possibilità di vivere pienamente la propria fede.

Un altro passaggio particolarmente sentito ha riguardato il mondo del lavoro e i giovani, molto caro al Vescovo. Marciante ha spiegato il dialogo avuto con tanti ragazzi che lasciano la Sicilia perché non trovano opportunità adeguate. «Altrove mi trattano meglio, mi danno uno stipendio adeguato, rispettano le mie capacità», gli confidano molti di loro. Una riflessione che il presule ha collegato direttamente al fenomeno dello spopolamento che continua a interessare la Sicilia e le aree interne della diocesi.

Guardando al Cristo Pantocratore, il Vescovo ha poi invitato tutti a non cedere allo scoraggiamento: «Non abbiate paura del futuro. In questi anni abbiamo piantato segni di speranza. Continuiamo a coltivarli insieme con pazienza, audacia e carità profetica». Nel suo intervento non è mancato un commosso ricordo del suo predecessore, il vescovo monsignor Francesco Sgalambro, nel decimo anniversario della morte, indicato come esempio di «carità silenziosa», vissuta con discrezione e senza clamore, e ricordato per la sua mitezza, umiltà e instancabile zelo pastorale.

Il discorso si è quindi concluso con una intensa preghiera al Santissimo Salvatore, affinché continui a illuminare la Chiesa di Cefalù, le famiglie, i giovani, i lavoratori, gli imprenditori e quanti sono chiamati al servizio della comunità, trasformando tutti in «specchi del suo amore».

Prima della benedizione finale, Marciante ha rivolto un ringraziamento speciale ai portatori del Santissimo Salvatore, che hanno accompagnato con devozione la processione per le vie cittadine. Con un sorriso ha anche osservato come, in alcuni tratti del percorso, le luminarie fossero troppo basse, auspicando che il prossimo anno possano essere collocate più in alto. Un’ultima nota di gratitudine che ha preceduto il tradizionale e corale grido della piazza: «Viva Gesù Sabbaturi! Viva!».

Il testo integrale del Vescovo Giuseppe alla Città di Cefalù

Carissimi fratelli e sorelle, figli di questa amata Chiesa di Cefalù e cittadini tutti di questo nostro splendido territorio, siate benvenuti a questo appuntamento che non è mai una semplice consuetudine, ma un vero e proprio battito del cuore della nostra città. La festa del Salvatore, il 6 agosto, giorno della Trasfigurazione, ci riporta ogni anno sotto lo sguardo amorevole e solenne di Gesù Pantocratore, i cui occhi abbracciano la nostra Cattedrale, la nostra città, il nostro mare e le nostre Madonie. Per questo ringrazio per la presenza, questa sera, non solo della Municipalità di Cefalù, ma anche delle Municipalità di altre città delle Madonie e, direi, anche di altri paesi come Cerda e dei territori limitrofi. Vi ringrazio per la vostra presenza. Compiere questo gesto guardando agli otto anni percorsi insieme come vostro Vescovo significa anzitutto dire un grazie profondo e sincero al Signore. In questi anni abbiamo imparato a conoscerci, a condividere le gioie e le ferite della nostra terra e della nostra città, a sostenerci a vicenda nelle prove e a sognare insieme.

Rileggendo il percorso tracciato attraverso le mie lettere pastorali di questi anni, ritroviamo il filo rosso che lo Spirito Santo ha tessuto per noi: una Chiesa che sa mettersi in ascolto e in cammino. Abbiamo cercato di superare le rigidità e la stanchezza del «si è sempre fatto così» per diventare una comunità solidale, itinerante, capace di uscire sui crocevia della storia. Una fede incarnata nel quotidiano. La Parola di Dio non è mai rimasta confinata tra le mura dei nostri templi; nelle nostre riflessioni pastorali abbiamo ribadito che una liturgia senza la carità e senza la giustizia sociale diventa disincarnata. Da qui, l’attenzione alle fragilità e alle periferie. Abbiamo rivolto lo sguardo ai giovani in cerca di futuro e speranza, agli anziani soli, alle famiglie segnate dalle difficoltà economiche ed esistenziali, ai territori dell’entroterra che rischiano lo spopolamento. A tal proposito, esprimo la vicinanza e la preghiera della Chiesa cefaludense ai familiari di Giuseppe Longo, ingegnere in pensione di 71 anni, trovato morto il 13 maggio 2026, dopo tanti giorni, nella sua abitazione di Via Spinuzza. Ed esprimo la vicinanza e la preghiera della Chiesa cefaludense anche ai familiari di Filippo Carollo, professore in pensione di 84 anni, morto per un arresto cardiaco sulla banchina di Riva Vittorio Emanuele III il 30 luglio scorso.

Esprimo solidarietà a tutti i loro familiari; con tutto il cuore li ricordiamo e preghiamo perché il Signore li accolga nel suo Regno. La solennità della Trasfigurazione ci offre proprio questo insegnamento. I discecoli sul Monte Tabor avrebbero voluto fermarsi, piantare tre tende e rimanere nell’estasi della luce. Ma il Salvatore li spinge a scendere dal monte. La bellezza del Cristo non serve a farci isolare dal mondo, ma a illuminare le oscurità della valle. Oggi la mia parola si rivolge con affetto anche alla città di Cefalù e alle istituzioni civili e militari. Cefalù non è solo una meta turistica di rara bellezza. È una comunità viva, depositaria di una storia nobile e di valori civici e spirituali profondi. La città e la diocesi sono legate dai fili del tessuto della sua storia, e questa festa ne è un segno eloquente. Guardando al Cristo Salvatore siamo chiamati tutti, credenti e uomini di buona volontà, ad allearci per il bene comune. Innanzitutto custodendo la bellezza del nostro territorio e del creato, coltivando una cultura dell’accoglienza, della legalità e della trasparenza. A questo proposito vi informo che ho istituito nella chiesa di San Nicola una comunità di indiani.

Hanno già iniziato a celebrare la loro Messa in rito siro-malabarese proprio nella chiesa di San Nicola. Siamo contenti di questo risultato, perché ogni straniero che si presenta nella nostra città deve essere ben accolto, amato e rispettato. Carissimi, l’altro elemento su cui vogliamo lavorare è far sì che nessuno rimanga indietro ai margini della vita civile ed economica. Soprattutto mi stanno a cuore i nostri lavoratori e i giovani lavoratori. Interrogando molti di loro, ho chiesto tante volte: «Come mai vuoi andare via dalla nostra terra?». Molti mi dicono: «E qui che cosa posso fare? Che cosa devo fare? Altrove mi trattano meglio, mi danno uno stipendio adeguato, rispettano le mie capacità». E, parole loro, mi dicono spesso: «Mi sento sfruttato in questa terra». Questo è il motivo, carissimi, di tanto spopolamento della nostra Sicilia, della nostra terra. Carissimi, la figura del Pantocratore con la mano benedicente e il libro aperto ci ricorda che la Parola è luce per i nostri passi. Non abbiate paura del futuro. In questi anni abbiamo piantato segni di speranza.

Continuiamo a coltivarli insieme con pazienza, audacia e carità profetica. Nel concludere questo nostro momento di festa e di riflessione comune, desiderio riprendere un pensiero che ho condiviso durante l’omelia. Rivolgo infatti un ricordo particolare, una preghiera colma di affetto, al mio venerato predecessore Monsignor Francesco Sgalambro, 72° Vescovo di Cefalù dal 2000 al 2009, le cui spoglie mortali riposano nella cripta della nostra Basilica. Lo ricordo in modo particolare per la sua devozione a Santa Chiara. Infatti, l’11 agosto ricorreranno i dieci anni dal suo transito al cielo. In modo speciale vorrei ricordare Monsignor Sgalambro per la sua carità silenziosa. Ha fatto tanta carità alla nostra città, ma l’ha fatta nel silenzio, senza suonare trombe o battere tamburi. L’ha fatto con discrezione, nel silenzio, e senza che nessuno se ne accorgesse. Gli siamo grati per questa sua grande generosità.

Della sua presenza in mezzo a noi richiamo oggi davanti a tutta la città, con profonda gratitudine, lo zelo pastorale instancabile, le benedizioni per il bene di questo territorio e, soprattutto, la sua straordinaria e luminosa mitezza e umiltà: un’eredità spirituale e morale che appartiene all’intera comunità diocesana. Egli, che su questa terra ha contemplato con fede viva il volto del Cristo trasfigurato, sono certo che oggi ne contempla la bellezza eterna. Affido ciascuno di voi, le vostre famiglie, i malati, i giovani, i lavoratori, gli imprenditori e il governo della città al nostro Santissimo Salvatore: che la sua luce continui a trasfigurare i nostri volti, la nostra diocesi e la nostra città. Signore Gesù Cristo, Sole della nostra vita, al termine di questa celebrazione solenne il nostro cuore trabocca di gratitudine. Oggi, in questa Basilica che porta il tuo nome, ci hai presi per mano, ci hai condotti sul monte. Grazie perché nella Santa Comunione non ci hai mostrato solo la tua luce, ma ti sei fatto cibo per camminare con noi. Sei venuto in noi con la tua umanità, in tutto simile alla nostra, e hai fatto risplendere nel nostro cuore una luce incomparabile.

Ti benediciamo perché sul Tabor ci hai mostrato che la tua croce non è una sconfitta, ma il vertice del tuo amore libero e glorioso. Ti promettiamo di scendere da questo monte per non trattenere egoisticamente la bellezza di questo giorno, ma per consumarci nella carità e nel servizio. Guarda con amore la nostra comunità qui presente, in tutte le sue generazioni. Ti ringraziamo per i bambini e i giovani: mantieni i loro occhi limpidi, capaci di riconoscerti come l’unico sole in grado di illuminare il loro futuro. Ti ringraziamo per gli adulti e le famiglie: sii la loro forza nelle fatiche quotidiane, quando le rocce della vita sembrano spezzarsi e si fa buio sul loro cammino. Ti ringraziamo per gli anziani e gli ammalati: la loro testimonianza è una lampada saldissima che rischiara per noi i luoghi oscuri.

Ricordati che la tua risurrezione apre ogni sepolcro. E ora, Signore, custodisci questa Basilica sotto il tuo sguardo. Fa’ che l’Eucaristia ricevuta ci trasformi in specchi del tuo amore. Scendiamo dal monte e torniamo alle nostre case, pronti a testimoniare il candore delle buone opere finché non spunti il giorno eterno e non sorga nei nostri cuori, per sempre, la stella del mattino. Amen. Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito. Sia benedetto il nome del Signore. Ora e sempre. Il nostro aiuto è nel nome del Signore. Egli ha fatto cielo e terra. E vi benedica Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen. Ma non posso congedarvi prima di ringraziare i nostri portatori. Devo dire che veramente hanno faticato tanto, specialmente in alcuni tratti dove le luminarie erano troppo basse; il prossimo anno forse bisognerà farle un po’ più alte. Grazie a voi. Premiamo questa buona volontà ma, soprattutto, la loro fede e la loro devozione.

Viva Gesù Salvatore! Viva!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *