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Difendere l’umanità non è una colpa: “U saziu un crirìu mai ô diunu”

Difendere l’umanità non è una colpa: “U saziu un crirìu mai ô diunu”

In questi giorni il clima internazionale è attualmente attraversato da forti tensioni. In questo contesto fragile, di incertezza mondiale, c’è chi ha ritenuto opportuno rivolgere nuovi attacchi alla Chiesa, “colpevole” (ancora una volta) di aver preso posizione in difesa della vita e della dignità umana.

Lo scorso 22 febbraio l’arcivescovo metropolita di Palermo, S.E.R. monsignor Corrado Lorefice, delegato della CESI per l’Ufficio regionale per le Migrazioni, ha inviato un messaggio di vicinanza a Mediterranea Saving Humans, denunciando il silenzio e le politiche che da anni continuano a trasformare il Mediterraneo in un cimitero acquatico. Parole chiare, decise, dal sapore evangelico della compassione e della responsabilità.

Eppure, sui social network si è scatenata una bufera: non vi è stato un confronto nel merito, non un dialogo civile, ma una sequenza di attacchi personali, offese e perfino auguri nefasti. Un livello che supera la critica legittima e scivola nell’odio. Sono dunque queste le parole che vogliamo consegnare ai giovani? È questo il modello di convivenza che intendiamo costruire? È questo il linguaggio che costruisce la pace?

Alla luce di tutto ciò, vengono spontanee le parole di Papa Leone XIV, che per la Quaresima 2026 ha invitato i fedeli a un vero e proprio “digiuno dai social”. Non si tratta soltanto di rinunciare al cibo, ma di sospendere la violenza verbale e i pregiudizi digitali. Il Pontefice invita così a disarmare la parola, promuovendo un’etica della comunicazione più umana, rispettosa e attenta agli altri: “Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”. Su questo solco, il vescovo Marciante, ha accolto con piena condivisione le parole del confratello, l’arcivescovo metropolita di Palermo, offrendo anche la sua vicinanza e solidarietà per quanto accaduto negli ultimi giorni, ribadendo l’impegno della Chiesa a promuovere sempre la cultura del rispetto e della comunicazione civile.

Non è la prima volta che la Chiesa siciliana sceglie la via dell’accoglienza. Nel 2018, in occasione dell’arrivo della nave Diciotti della Guardia Costiera italiana, il nostro vescovo di Cefalù, S.E.R. monsignor Giuseppe Marciante, offrì la disponibilità della diocesi ad accogliere parte degli eritrei giunti sulle coste siciliane. In una nota scrisse: «Dare ospitalità e accoglienza è crescere nella fede: questo è l’amore. Come Chiesa viva apriamo le porte della nostra Diocesi. Abbiamo case e istituti religiosi vuoti, anche in buone condizioni. Mettiamo in pratica il Vangelo di Gesù». Anche in quell’occasione, gli attacchi personali e le offese gratuite sui social non mancarono, ma il vescovo rimase fermo nella sua scelta, ribadendo con coraggio e chiarezza il valore della solidarietà e dell’accoglienza come espressione concreta della fede cristiana.

La domanda che ci poniamo, e vi poniamo è la seguente: sono parole che appartengono a uno schieramento politico? La Chiesa non è un partito. Non indossa alcun colore. La Chiesa Cattolica, pur nelle fragilità umane, cerca di vivere quotidianamente il Vangelo di Gesù Cristo. E il Vangelo non parla di fragore di armi, non invita a far scorrere sangue: parla di amore, di misericordia, di prossimità verso chi soffre.

Difendere chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla disperazione non è ideologia: è umanità! È ricordare che ogni persona viene prima delle strategie, dei consensi, delle convenienze. Se perdiamo questa consapevolezza, perdiamo molto più di una discussione sui social: perdiamo l’occasione di essere comunità.

C’è un antico proverbio siciliano che dice: “u saziu un crirìu mai ô diunu” (chi è sazio non può credere a colui che è digiuno). Forse il rischio più grande è proprio questo: giudicare senza conoscere, condannare senza aver mai attraversato il deserto della paura o il mare della speranza.

Quindi, è ora che il dibattito torni nei binari del rispetto e del confronto civile. Perché l’alternativa non è tra accogliere o respingere: l’alternativa è tra restare umani o smarrire definitivamente il senso della nostra stessa dignità. Auguriamoci di non ritrovarci mai dalla parte di coloro che scappano, non saremmo in grado di vivere mezza giornata, le farfalle avrebbero più speranza di vita.

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