Un segno concreto di vicinanza e solidarietà dopo i gravi episodi intimidatori che hanno colpito la parrocchia e la comunità dello Zen. Nella mattinata di giovedì 5 marzo, presso i locali della parrocchia San Filippo Neri, nel quartiere Zen di Palermo, si è svolto un incontro promosso dalla Commissione Regionale per i Problemi Sociali e il Lavoro della Conferenza Episcopale Siciliana.
Un momento di presenza e di ascolto, coordinato da S.E.R. monsignor Giuseppe Marciante, vescovo di Cefalù e delegato della CESi per i Problemi sociali e il lavoro, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, nato anche per manifestare vicinanza al parroco padre Giovanni Giannalia e alla comunità parrocchiale, dopo i due attentati dinamitardi avvenuti lo scorso gennaio ai danni della chiesa.
L’incontro è stato anche occasione di riflessione sul tema “Giovani, violenza e periferie”, partendo proprio dalla realtà dello Zen, tornato nelle cronache negli ultimi mesi per fatti di violenza e per il disagio sociale che attraversa il quartiere. Nel suo intervento monsignor Marciante ha invitato anzitutto a guardare queste realtà senza pregiudizi, proponendo un paragone evangelico che ha colpito i presenti.

“Venendo qui – ha spiegato il vescovo – ho pensato a Nazareth. Perché quando si parla di certi quartieri spesso emerge un pregiudizio, come quello di Natanaele che disse: “Da Nazareth può venire qualcosa di buono?”. Anche per lo Zen esiste questo stigma: basta dire “vengo dallo Zen” e già scatta un giudizio. E questo è un grave danno per chi qui vive e per chi ogni giorno lavora pastoralmente sul territorio”.
Un pregiudizio che rischia di oscurare la realtà più profonda di questi luoghi. Proprio come accadde con Nazareth, che nella visione evangelica diventa invece il luogo da cui nasce qualcosa di straordinario. “Da Nazareth – ha ricordato Marciante – è venuto Gesù, da quel luogo considerato marginale è arrivata la nostra salvezza. Questo cambia completamente lo sguardo: anche le periferie devono essere lette alla luce del Vangelo”.
Il vescovo ha poi sottolineato che lo scopo della visita della Commissione non era soltanto quello di esprimere solidarietà, ma soprattutto di conoscere da vicino la realtà del quartiere. “La prima cosa da fare davanti all’umano è vedere, conoscere. Solo conoscendo cadono i pregiudizi. Sappiamo dei problemi, delle difficoltà, della droga, delle occupazioni abusive, ma spesso non conosciamo il grande bene che esiste anche qui”.
Nel corso dell’incontro è stata ripercorsa anche la storia urbanistica del quartiere, nato tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta come grande intervento di edilizia popolare. La prima parte, oggi definita Zen 1, venne realizzata dopo il terremoto del Belice, quando molte famiglie del centro storico di Palermo furono trasferite in questa zona. Successivamente venne costruito lo Zen 2, con un progetto urbanistico molto discusso e spesso considerato distante dalla realtà sociale e culturale del territorio. Una struttura che nel tempo ha generato difficoltà e criticità, con edifici occupati ancora prima del completamento delle opere di urbanizzazione.
Nel tempo il quartiere si è trasformato in una sorta di ammortizzatore sociale, accogliendo famiglie in difficoltà e sviluppando dinamiche spesso segnate da irregolarità, occupazioni abusive e carenze nei servizi. Ma ciò che oggi preoccupa maggiormente, ha spiegato padre Giannalia nel suo intervento, è soprattutto la devianza giovanile, un fenomeno che negli ultimi anni appare sempre più evidente.

“Non esistono più grandi boss mafiosi – ha osservato – ma una sorta di sottocultura mafiosa che attira molti ragazzi. Giovani che svolgono lavori umili o precari e che finiscono per lasciarsi sedurre da modelli negativi, trovando nello spaccio o nella criminalità una via più facile”.
Una situazione aggravata dalla mancanza di prospettive lavorative e da una disoccupazione che nel quartiere supera il cinquanta per cento. Una condizione che rende ancora più difficile per i giovani costruire un futuro diverso. “Per un ragazzo dello Zen – ha sottolineato il parroco – entrare nel mondo del lavoro è molto più difficile che altrove. Il solo dire da dove si proviene può diventare un peso”.
Un altro nodo cruciale riguarda il ruolo della scuola e della formazione, che secondo il parroco dovrebbe essere molto più forte proprio in contesti come questo. “In un quartiere con tanti bambini e ragazzi – ha spiegato – la scuola dovrebbe essere il primo presidio educativo. Invece spesso manca il tempo prolungato e le risorse necessarie per sostenere davvero questi giovani”.
“Betlemme – aveva detto S.E.R. monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo metropolita di Palermo il 6 gennaio – come lo Zen. Gerusalemme come Palermo. Periferia geografica, urbana, esistenziale. Chi spara allo Zen o a Monreale, all’Albergheria o all’Olivella, a Borgo Nuovo o a Borgo Vecchio, è un balordo, un nulla, un meschino, un fifone, un codardo che si vuole mettere in mostra per guadagnare visibilità e incutere timore ostentando la forza delle armi e il potere dei piccioli frutto di traffici illeciti e criminali. Convertitevi a Dio. Cambiate vita se no sarete solo dei perdenti. Dei falliti. Dei fuggiaschi che non possono venire alla luce del sole. Siete costretti a vagare nella notte. Siete sagome, ombre gonfiate”.
“È stata – ha detto la dottoressa Luisa Capitummino, direttrice dell’Ufficio Regionale per i Problemi Sociali e il Lavoro, la Giustizia, la Pace e la Salvaguardia del Creato della CESi – un’occasione per esprimere vicinanza e solidarietà alla parrocchia, ma anche un’opportunità di ascolto e di confronto sulla situazione del quartiere e in particolare sulla condizione giovanile per delineare insieme al parroco e alla rappresentanza della comunità parrocchiale presente, percorsi concreti da avviare per affrontare i diversi problemi emersi.

Nonostante le difficoltà, però, dal quartiere arrivano anche segnali di impegno e di speranza: la presenza della parrocchia, delle associazioni, delle scuole e delle tante realtà educative che ogni giorno lavorano per offrire alternative concrete ai ragazzi. Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce l’iniziativa della Commissione regionale della CESi: ascoltare, conoscere e costruire insieme percorsi di riscatto per le periferie. L’incontro allo Zen non è stato quindi soltanto un gesto simbolico, ma l’inizio di una riflessione più ampia sulle periferie siciliane e sul futuro dei giovani che vi abitano.
Perché, come è stato ricordato durante l’incontro, anche dai luoghi più difficili può nascere qualcosa di nuovo, se istituzioni, Chiesa e società civile scelgono di guardare queste realtà non con il peso dello stigma, ma con lo sguardo della speranza. E lo Zen, troppo spesso raccontato solo attraverso le sue ferite, può diventare ancora una volta un luogo da cui ripartire per costruire comunità, dignità e futuro.









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