Se per i figli sport e hobby diventano fonte di stress

Se per i figli sport e hobby diventano fonte di stress

Margherita aveva voluto “andare a danza” a 8 anni: perché ci andava Giulia e perché sognava di volteggiare sulle punte. Inaspettatamente, adesso che è cresciuta ha annunciato ai genitori che non è sicura di riprendere a settembre con quell’arte che tanto amava. La madre sospetta che non sia tanto delusa dai risultati o stanca della disciplina, ma che il suo corpo che sta sbocciando non le sembri più adeguato alle richieste estetiche del tutù: si vede troppo alta e troppo “grossa”, benché perfettamente in forma. Forse c’è stato qualche commento da parte delle compagne o della maestra, chissà. Il suo caso non è isolato: se 3 ragazze su 4 pensano che lo sport sia un modo per costruire la propria autostima, 1 su 2 tra i 13 e i 17 anni abbandona l’attività. E tra queste 2 su 3 lo fanno proprio per mancanza di fiducia nel proprio corpo, spesso minata da giudizi negativi altrui.

Sono dati di una ricerca condotta da Dove Unilever: il 49% delle ragazze che abbandonano lo sport ha subito critiche per il proprio aspetto che, per loro, conta più delle abilità atletiche. Il 43% si è sentita dire che il suo corpo non è adatto a praticare sport. Il brand, insieme alla tennista Jasmine Paolini, ha avviato una campagna di sensibilizzazione col programma Body Confident Sport: un percorso formativo gratuito rivolto ad allenatori e insegnanti di educazione fisica delle scuole che, al pari dei famigliari, nel 70% dei casi sono decisivi nella scelta delle ragazze di smettere o di continuare a praticare sport. A minare ulteriormente l’autostima, il peso delle aspettative in termini di risultati sportivi che per il 58% penalizza il piacere di praticarlo. «È un fenomeno diffuso: una mamma mi ha raccontato che l’allenatore di una squadra di pallavolo durante le partite tiene in panchina le bambine più in carne, permettendo loro solo di allenarsi», conferma Benedetta Comazzi, psicologa a Milano. «È un atteggiamento da condannare, soprattutto per le conseguenze che può avere sull’identità di una persona “in costruzione” che può sentirsi sbagliata e fuori posto. Nella nostra epoca c’è una vera ossessione per il corpo degli altri e la gente si sente in diritto di esprimere giudizi. In ambito sportivo, ci si sente ancora di più autorizzati, perché io lo dico “semplicemente” perché con quella pancetta non si può essere scattanti, con quel collo del piede non si possono fare piroette… Bisogna parlarne con le proprie figlie, aiutandole a riconoscere ciò che è sano da ciò che non lo è, e aiutandole a comprendere commenti illegittimi che vanno oltre le necessità della pratica sportiva e se la critica è oggettiva oppure no. Se la ragazza ha una forte autostima è più in grado di gestire le critiche: quindi è fondamentale rinforzare il più possibile le proprie figlie non solo rispetto all’aspetto fisico, ma sulle loro reali qualità. Se è vero che tutti hanno il diritto di provarci, bisognerebbe però aiutare le bambine a scegliere lo sport più adatto per loro, in base alle loro caratteristiche fisiche, carattere, risorse, bisogni e gusti: a volte ci sono altri aspetti da considerare, come la coordinazione, i riflessi, l’orecchio musicale… Se mancano, praticare uno sport dove sono necessari espone a una frustrazione maggiore: può sembrare un adattamento, una rinuncia, un giocare la vita in difesa, ma è importante anche cercare di proteggere da critiche a caratteristiche che, comunque, ci rendono uniche. E magari pensare a dove invece potrebbero essere vincenti: se essere minute non è l’ideale per giocare a basket, può esserlo per la ginnastica artistica. Alla base, nell’infanzia e nell’adolescenza bisogna educare le figlie allo sport per quello che dovrebbe essere: svago, divertimento, piacere che consente di mantenere sano e attivo il proprio corpo, scevro da tutti gli aspetti di competizione – anche estetica – non sana, come la ricerca della performance a ogni costo. Purtroppo non si può evitare che una figlia possa rimanerci male per un commento, ma si può agire subito dopo per contestualizzare, valutare, confrontarsi, razionalizzare e accogliere il suo vissuto emotivo, senza fare finta di niente perché si spera che se dimentichi: il rischio è invece che, per difendersi, la ragazzina decida appunto che quello sport non le piace più e magari di non farne più nessuno».

Per padre Giovanni Calcara, domenicano del convento San Domenico, «L’attuale contesto dove c’è una rincorsa alla prestazione, alla prestanza fisica, all’essere al top non aiuta i bambini a crescere in modo armonioso e ad avere un buon rapporto con se stessi, anche nella valutazione delle proprie aspettative. Mens sana in corpore sano, certo, ma un conto è lo sport per tutti per muoversi, divertirsi, socializzare e stare bene, un conto è l’agonismo, che impone tempi e livelli che non sempre e non tutti sono in grado si sostenere, o comunque sì, ma non arrivando al podio. E, al di là delle critiche sull’aspetto fisico, questi aspetti vanno considerati: anche accettare i propri limiti e accontentarsi dei propri risultati è “essere sportivi”, senza doversi sentire discriminati. Il problema sono anche le pressioni che le ragazze ricevono dai genitori, per i quali devono essere le più brave a scuola, le più belle, le più leader, le prime nello sport e così via. Ma la leadership può passare anche attraverso l’empatia, la capacità di sostenere un’amica in difficoltà, la generosità verso le compagne di squadra. Alle giovani bisogna insegnare a fare i conti con la realtà e a trovarne gli aspetti positivi, se non si vuole che la rifuggano».

Mariateresa Truncellito – In “Maria con te” n. 35 del 31 agosto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *