Quando il figlio vuole per forza andare “fuori sede”

Quando il figlio vuole per forza andare “fuori sede”

Dopo la maturità, Davide vuole andare all’università a studiare in un’altra città. Ma la facoltà che ha scelto, una delle tante branche di Economia, c’è anche non troppo lontano da dove abita. Potrebbe raggiungerla in treno tutti i giorni, senza difficoltà, ma non ne vuole sapere: si è messo in testa di andarsene per conto proprio, adducendo una serie di ragioni – università più prestigiosa, piano di studi più interessante, più sbocchi lavorativi, quindi più facilità di trovare lavoro… – e anche il fatto che ci sarebbero un paio di compagni di liceo con i quali darsi manforte. I genitori non sono del tutto convinti: per l’esborso economico ovviamente più oneroso, dovendo pagargli un affitto, fosse anche per una stanza in condivisione in una città per altro nota per i costi alti. Ma anche perché non sono certi che sia abbastanza maturo per andare a vivere da solo, senza nessuno che controlli orari di rientro, tempo trascorso con non si sa quali compagnie, gestione della quotidianità – dal cucinare alle pulizie – visto che si è sempre “appoggiato” alla mamma. «Bisognerebbe capire perché il ragazzo preferisce rinunciare alla comodità, quali sono i suoi bisogni e desideri», si chiede Benedetta Comazzi psicologa a Milano. «A parte il prestigio dell’ateneo, è probabile che ci siano ragioni più emancipative. A volte la scelta è dettata da rapporti conflittuali con un genitore: in questo caso sarebbe addirittura auspicabile mettere km distanza tra il giovane madre o padre. Ma in generale, quella del giovane che vuole spiccare il volo è una scelta approvabile. Certo è importante valutare il suo grado di maturità e la capacità di essere responsabile. Però, di fatto, trasferirsi in un’altra città, dover vivere in autonomia, gestire la casa, la propria quotidianità, il budget o anche dover condividere gli spazi con qualcuno con un inevitabile adattamento è sicuramente una grande opportunità di crescita personale: quindi anche se il ragazzo è abituato a vivere un po’ da bamboccione, servito, viziato e coccolato dai genitori può affrontare un’esperienza davvero formativa. E ciò vale indipendentemente dal carattere, perché favorisce comunque l’acquisizione di autonomia e individualità». Certo, è anche comprensibile la reticenza dei genitori: «Sia per questioni affettive, perché bisogna accettare il fatto che il figlio lasci il nido e spesso ciò porta la coppia, soprattuto se si tratta di un figlio unico, a ritrovarsi da sola dopo tanto tempo, con preoccupazione soprattutto se hanno fondato tutto il loro ménage sull’accudimento dei figli. D’altra parte, si fa un figlio per crescerlo e insegnarli a esistere senza di noi: questo è il nostro compito educativo». Se la reticenza è dovuta ad aspetti economici, c’è poco da fare: «Però se il giovane è molto motivato a fare questo passo, ci sono tante soluzioni che si possono provare, dal convitto o pensionato dell’università a un prezzo calmierato in base all’Isee oppure l’affitto a casa di un anziano a cui fare compagnia con un costo più accessibile fino alla classica condivisione della casa con altri studenti. Se l’obiettivo è più il voler andare a vivere da solo che il frequentare un ateneo prestigioso, si può cominciare con un compromesso: il ragazzo rimane nella casa dei genitori e si iscrive alla facoltà più vicina, ma cerca un lavoro che permetta a lui di guadagnare qualcosa e alla famiglia di risparmiare, così da rinviare l’uscita da casa solo per un po’».  

Per padre Giovanni Calcara, «I genitori sono “al servizio” dei figli, nell’accompagnamento, nella condivisione, nell’assistenza alla crescita. Soprattutto quando ci sono dei passaggi determinanti per il loro futuro esistenziale e lavorativo. Se la scelta è dettata dal livello dell’università, la famiglia può anche affrontare dei sacrifici pur di dare il top della preparazione professionale e umana. Ma anche se c’è un bisogno di fuga – dalla famiglia, dall’ambiente, dagli amici “non amici” – è necessario ponderare il tutto con serenità: non ha senso costringere un persona a restare in un ambiente che gli sta stretto, perché questo condizionerebbe anche il rendimento nello studio. Di più se ci sente condizionati da giudizi sulla provenienza sociale, per esempio, o di altro tipo che impediscono al ragazzo di esprimere tutto il suo valore. Naturalmente tutto ruota attorno alla capacità economica della famiglia: ma se ci sono, permettergli di “cambiare aria” in un grosso centro può servirgli a trovare un luogo con più opportunità – anche culturali – e apertura mentale rispetto a una piccola università di provincia dove il livello accademico potrebbe anche lasciare a desiderare.  Ovviamente al ragazzo spetterà il compito di essersi meritato l’opportunità e la fiducia, con lo studio, magari con un piccolo lavoretto per dare il suo contributo anche economico. E, comunque, se le cose dovessero andare male, si può sempre tornare a casa». 

 

 

Mariateresa Truncellito – Padre Giovanni Calcara O.P.

In “Maria con te” n. 33 del 17 agosto