Ormai è così: fatta la legge, trovato l’inganno.
C’è stato un tempo in cui la diplomazia aveva un ruolo determinante: esistevano il confronto, la mediazione, il rispetto reciproco. Era il tempo del dialogo, della comprensione, della ricerca — talvolta faticosa — di un equilibrio.
Oggi sembra essere cambiato tutto. Sono saltati schemi, regole, accordi. Si è fatta strada una pericolosa convinzione: quella di poter fare ciò che si vuole, senza limiti. Una libertà che non è più responsabilità, ma arbitrio. Così liberi da sentirci autorizzati a minacciare, a colpire, a distruggere, ad annientare senza guardare nessuno negli occhi. Le notizie che arrivano dal mondo in queste ore fanno davvero preoccupare. Proprio ANSA apre con un titolo che fa gelare il sangue: “Trump minaccia l’Iran: ‘Un’intera civiltà sta per morire’”. Parole che pesano come macigni, perché pian piano hanno assunto connotati reali, non sono soltanto dichiarazioni, ma lasciano intravedere scenari tristemente concreti, preludio di morte e distruzione.
E tutto questo accade proprio nei giorni in cui abbiamo appena celebrato la Santa Pasqua, la festa della vita, della speranza, della vittoria sulla morte. Viene allora spontaneo chiedersi, permettetecelo: cosa abbiamo davvero imparato?
Ben poco, se guardiamo alla realtà. La soluzione del momento storico che stiamo vivendo sembra essere sempre la stessa: bombardare, colpire, eliminare, annientare. Un vero e proprio “tutti contro tutti” che apre le porte a una spirale di violenza senza fine, un viaggio verso l’oscurità in cui l’umanità rischia di smarrire se stessa. E purtroppo, la cosa che fa davvero rabbrividire, è il fatto che tutto questo stia diventando la normalità.
In questo contesto risuonano con forza le parole di Papa Leone XIV, pronunciate ai giornalisti presenti a San Gandolfo: «Oggi, come tutti sappiamo, c’è stata anche questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran e questo veramente non è accettabile. Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore ai tanti innocenti: bambini, anziani, persone totalmente indifese». Sono chiaramente parole semplici, ma potentissime: parole di pace.
E allora la domanda diventa ancora più urgente: possibile che non riusciamo ad ascoltare? Possibile che non riusciamo a porgere l’orecchio, e soprattutto il cuore, a chi invoca la fine di queste atroci violenze? Veramente non riusciamo ad aprire cuore e mente alle parole pronunciate da questo uomo di pace?
Il Santo Padre non chiede altro che questo: fermare l’avanzare delle tenebre e della cultura della morte. Mettere fine alle sofferenze di chi non ha colpe, dare voce a chi implora soltanto pietà. La Pasqua, lo ha ricordato ancora, è la forza della non violenza, è il segno di un Dio che rifiuta categoricamente la guerra: «Fratelli e sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra».
Serve dialogo. Ancora dialogo. Sempre dialogo.
Perché senza dialogo resta solo il rumore delle armi, il sangue che scorre lungo le strade del mondo, senza fine e senza pietà.
Fermatevi, deponete le armi!
Giovanni Azzara









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