Celebrata questa mattina, in Cattedrale, la tradizionale Messa dell’Aurora, inserita nei tre giorni di celebrazioni in onore di Sant’Agata, patrona della città. L’arcivescovo di Catania, S.E.R. monsignor Luigi Renna, durante l’omelia intensa, e ricca di riferimenti storici, spirituali e sociali, ha invitato i fedeli a riflettere sul significato profondo del martirio della Santa.
«Avi du occhi ca parini du stiddi!» ha esordito l’arcivescovo, salutando l’uscita del busto reliquiario dalla cammarredda e richiamando l’attenzione dei presenti sulla luce di Cristo che brilla negli occhi di Sant’Agata. Monsignor Renna ha ricordato come la Santa, con fermezza e coerenza, abbia rifiutato ogni compromesso pur di rimanere fedele a Dio, diventando così modello di coraggio e solidità morale: «Agata non è stata una canna sbattuta dal vento né una donna avvolta in morbide vesti, ma solida come una colonna».
L’arcivescovo ha quindi sottolineato il valore comunitario delle reliquie custodite in Cattedrale da nove secoli: «Il suo corpo ci riunisce da membra divise e sparse in una comunità», ha affermato, ricordando come il martirio di Agata non sia stata un semplice atto di sofferenza, ma una testimonianza di fede e di scelta morale.
Renna ha poi esteso il discorso alla dignità della vita e al rispetto del corpo umano, collegando il martirio della Santa alle sfide odierne: dalla violenza contro le donne alla tutela dei più deboli, fino al rifiuto della guerra e della violenza armata. «In quel busto reliquiario, Sant’Agata ci invita a dare dignità ai corpi degli esseri umani e a non trattarli da merce», ha detto, ricordando il ruolo educativo e morale della Santa per la città e i suoi cittadini.
L’arcivescovo ha infine ricordato l’importanza dei «sì» della vita cristiana: al battesimo, all’amore verso il prossimo e alle responsabilità civiche. Rivolgendosi a imprenditori e amministratori locali, ha sottolineato come il bene comune richieda responsabilità, coerenza e attenzione ai progetti reali più che alle promesse. «Non strumentalizzate mai la fede», ha ammonito, «il Vangelo è sempre di più di ogni programma politico».
Monsignor Renna ha infine invitato la comunità a seguire i passi di Sant’Agata durante tutto l’anno, ricordando le parole di Cristo: «Se il chicco di grano invece muore, porta molto frutto» (Gv 12,24). Gli occhi di Sant’Agata, ha detto, «sono come stelle» che guidano il popolo di Catania lungo il cammino della fede e della vita civile.
Il testo integrale dell’omelia
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Avi du occhi ca parini du stiddi!
Così, cari fratelli e sorelle, abbiamo salutato l’uscita del busto reliquiario dalla cammarredda: mentre sorge il sole, noi salutiamo la luce di Cristo che brilla negli occhi di Sant’Agata. Oggi quegli occhi richiamano tutti, vicini e lontani, catanesi e pellegrini provenienti da ogni parte del mondo, fedeli praticanti e persone che solo oggi entrano in chiesa. Chi siamo venuti a vedere? La stessa domanda pose Gesù alle folle che gli avevano parlato di Giovanni il Battista: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Ma che cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ecco, coloro che portano vesti morbide abitano nei palazzi dei re» (Mt 11,7-8).
Dobbiamo sapere chi veneriamo come santa e il cui sguardo ci illumina. Agata non è stata una canna sbattuta dal vento, piegata a chi voleva farle rinnegare la fede: è stata solida come una colonna. Non è stata una donna avvolta in morbide vesti, perché ha rifiutato ogni compromesso con chi, in cambio della fede, le prometteva una vita agiata ma in contrasto con la sobrietà e la carità che si addice a chi segue Gesù Cristo. Ogni anno, in questa mattina, ci rimettiamo in cammino sui passi di Sant’Agata; ogni anno l’intera città ha bisogno di ritrovare la strada e ha la grazia di guardare a lei. Il Signore Gesù ha dato al nostro popolo la testimonianza di Sant’Agata per ritrovare sempre la strada, anche quando ci smarriamo, anche quando le parole del Vangelo sembrano lontane dalla nostra cultura e dalle nostre scelte. Chi siamo venuti a vedere quest’oggi? Una donna che ci indica la strada, guardando avanti, verso Cristo e il futuro.
Da nove secoli, nella nostra Cattedrale, sono custodite, dietro quegli occhi, le reliquie di Sant’Agata: il suo cranio, le sue membra dilaniate e poi raccolte pietosamente nel giorno del suo martirio. Per circa un secolo, durante la dominazione araba, rimasero lontane e nascoste, ma nel 1126 Catania poté riaccogliere le reliquie della sua figlia più grande, considerata ormai come una madre perché ridonava alla città un’identità cristiana e civile. Da allora, quel corpo ci riunisce attorno a sé nel giorno del martirio, facendo diventare la comunità, da membra divise e sparse, un unico corpo. Ma cos’è il corpo di una martire? È il corpo di una donna che aveva un motivo per lasciarsi uccidere. Don Pino Puglisi fu ucciso perché era un prete antimafia, che vivendo fino in fondo la sua missione dava fastidio ai mafiosi, così come i giudici Falcone e Borsellino, Pippo Fava e Serafino Famà. Veneriamo come santi solo chi ha dato la vita per la causa, non per la pena: «La causa, non la pena, fa i martiri di Cristo» (Discorso 306/A, Sant’Agostino).
Ogni anno, il 31 gennaio, celebriamo una Santa Messa per tutte le donne vittime di violenza e con le associazioni che le sostengono, perché teniamo alla dignità della donna e esecriamo il femminicidio. La causa della morte di Agata è stata la fede in Cristo; la pena, quella che ogni donna vittima di violenza subisce. Care donne che soffrite nel cuore e nel corpo, sentite Agata come santa sorella nelle vostre sofferenze: che vi sostenga con la sua fede e guidi la vostra vita affettiva con la stessa fortezza d’animo che lei ha avuto. Cosa è quel corpo nel busto reliquiario? È il corpo di una donna che ha saputo dire «no» a chi le chiedeva di rinnegare la fede offrendo piaceri illeciti: «Chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25). Nella Passione di Agata, rifiutò ricchezze e piaceri proposti da Afrodisia, proprietaria di una casa di prostituzione. Tentata di lasciarsi andare, Agata si dimostrò più dura dei sassi. Il suo corpo rimane integro e conserva la dignità, mentre tanti corpi oggi vengono sfruttati, maltrattati o compromessi: donne vittime della tratta, giovani che trattano la sessualità come un gioco, embrioni non nati, bambini violati, anziani trascurati, poveri non curati, chi inebria il proprio corpo con alcool o droga.
In quelle ossa e in quel cranio, Sant’Agata ci invita a dare dignità ai corpi umani, a non trattarli da merce, a guardarli con rispetto e amore. C’è una violenza più grande, quella della guerra e delle armi illecite: le tenaglie e i ferri incandescenti che torturarono Agata sono simili alle armi usate contro le persone oggi. Non puoi amare le armi e dirti cristiano; non puoi violare o maltrattare il corpo altrui e pretendere devozione a Sant’Agata. Il corpo di Sant’Agata è quello di una donna mite, vittima di ricatti e violenza, un monito per tutti. Cos’è infine il corpo di Agata? È il corpo di una donna che ha detto «no» a chi voleva farle rinnegare la fede. Oggi facciamo fatica a dire «no» e anche a dire «sì» veri e duraturi. Agata ha detto «sì» a Cristo nel battesimo, un «sì» che ha vissuto quotidianamente: «Scelgo te, non altro; scelgo la pace, non la violenza; scelgo tutto ciò che è nel Vangelo, la verità di Cristo».
Sant’Agata ci invita a verificare i nostri «sì» nella vita: il primo al battesimo, il secondo all’amore verso il prossimo (marito, moglie, figli, Chiesa), il terzo alle responsabilità civili ed ecclesiali, cioè al bene comune. Dire «sì» al bene comune richiede responsabilità: imprenditori e politici devono condurre le loro attività con virtù, lontani da malapolitica e promesse vuote, con umiltà e dialogo con la comunità. Non strumentalizzate mai la fede: il Vangelo è più di ogni programma politico. Il corpo di Agata, unito a Cristo nel battesimo e martirizzato, ci aiuta a essere comunità ecclesiale e civile. Come Cristo, «Se il chicco di grano muore, porta molto frutto» (Gv 12,24). Noi siamo il frutto di quel chicco di grano e dei martiri come Agata, degni di portare per le strade di Catania questo sacro corpo e di seguire i passi di Sant’Agata ogni giorno: i suoi occhi sono come stelle, che continuano a guidare la città nella fede e nella vita.









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