Anche quest’anno Cefalù si è raccolta per rendere omaggio ai suoi figli caduti per la Patria e a quanti hanno perso la vita nel difendere la giustizia, la libertà e i diritti umani. La ricorrenza dell’Unità nazionale e delle Forze armate è stata celebrata con una partecipata cerimonia istituzionale, alla presenza delle autorità civili, religiose e militari, delle associazioni combattentistiche e d’arma e dei rappresentanti della comunità cittadina.
Il primo momento si è svolto in piazza Diaz, dove, alle 10.30, si sono radunate le autorità in alta uniforme. Dopo la deposizione di una corona d’alloro al Monumento ai Caduti, si sono susseguiti alcuni interventi e un momento di preghiera. A prendere per primo la parola è stato il capitano dell’Arma in pensione Brocato, che ha ricordato la figura del padre, il cavaliere ufficiale Giuseppe Brocato, internato dai nazifascisti durante la guerra. È intervenuto poi Sergio Palumbo, che ha rievocato il nonno, l’avvocato Ferrara, primo sindaco di Cefalù nel dopoguerra.
Quindi la parola è passata al vescovo di Cefalù, monsignor Giuseppe Marciante, che ha benedetto il Monumento ai Caduti e pronunciato una riflessione sul significato della pace, sulla responsabilità delle nazioni e sul valore della vita umana. Un discorso che ha preso le mosse dal ricordo dei quattro militari italiani caduti in Bosnia-Erzegovina nell’ambito della missione internazionale, ai quali il Vescovo ha voluto rendere omaggio, ricordandoli come «seminatori di germogli e di pace».
Il richiamo alla Costituzione ha costituito il punto di partenza della sua riflessione. «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ha ricordato Marciante, citando l’articolo 11 della Carta costituzionale. Le guerre, ha osservato, «sotto il profilo antropologico ed etico, sono sempre le stesse, ieri come oggi, qui come altrove». Sono cambiati gli strumenti con i quali l’uomo porta la morte ai propri simili, ma non è mutato il suo «spirito crudele e sanguinario».
Richiamando i versi di Salvatore Quasimodo, il Vescovo ha ricordato che siamo ancora «quelli della pietra e della fionda», come scrive il poeta ne L’uomo del mio tempo. Una considerazione che restituisce tutta la drammaticità di una storia nella quale il progresso delle tecnologie non sempre è stato accompagnato da una crescita della coscienza umana.
«La guerra uccide, distrugge, è sporca e inquina, è incubo senza fine, anche quando finisce», ha affermato. Eppure, ha aggiunto, c’è ancora chi ne considera inevitabile il ricorso, quasi fosse una condizione permanente della convivenza tra i popoli. Da qui la necessità di distinguere: «Non esistono guerre giuste. Semmai il diritto alla difesa». Il Vescovo ha ricordato, a questo proposito, che l’Italia non ha un Ministero della Guerra, ma un Ministero della Difesa.
Una distinzione importante, che non esclude il diritto di un Paese aggredito a proteggere la propria popolazione. Marciante ha affrontato il tema della legittima difesa, richiamando la dottrina della Chiesa e il pensiero di sant’Agostino: quando tutti gli altri mezzi per porre fine a un’aggressione si siano rivelati impraticabili o inefficaci, può essere lecito ricorrere alle armi per difendersi. Ma tale diritto non può trasformarsi in abuso: «La reazione deve essere proporzionata all’offesa». Al centro, ha sottolineato, rimane sempre la tutela della vita, dono di Dio, soprattutto quella delle persone più fragili e indifese.
Nel suo intervento il Vescovo ha richiamato anche le parole di papa Francesco e l’impegno di san Giovanni Paolo II a favore della protezione delle popolazioni civili e della tutela dei diritti umani fondamentali. La pace, dunque, non può essere soltanto un auspicio, ma deve diventare un impegno concreto e quotidiano. «Bisogna tenacemente costruire la pace», ha ribadito, indicando nel disarmo universale e nell’incremento delle missioni umanitarie e di pace due direzioni indispensabili. Una guerra combattuta oggi, con la sofisticazione degli armamenti e la disponibilità degli arsenali nucleari, avrebbe conseguenze tali da non lasciare in vita nessuno.
Anche il sindaco Tumminello, intervenuto dopo il Vescovo, ha ricordato i militari italiani caduti in Bosnia-Erzegovina e l’anniversario dell’alluvione di Firenze del 1966, rendendo omaggio agli «Angeli del fango», volontari che si mobilitarono per soccorrere la popolazione e salvare il patrimonio della città. Nel corso della cerimonia è stato espresso un ringraziamento alle Forze dell’Ordine e a quanti, in Italia e nelle diverse aree del mondo, svolgono quotidianamente il proprio servizio per la sicurezza, la pace e la difesa delle comunità.
Alle 11.30 il corteo delle autorità civili, religiose e militari, insieme alle associazioni civili, d’arma ed ex combattenti, ha raggiunto il sacrario dei Caduti all’interno del Municipio, dove è stata deposta un’altra corona d’alloro. La commemorazione è proseguita al Molo, in piazza Marina, davanti alla lapide dedicata ai caduti in mare. Qui una composizione floreale è stata affidata alle acque, in un gesto di memoria e raccoglimento, prima dello scioglimento del corteo.









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