Trentasei anni fa, il 21 settembre 1990, Rosario Angelo Livatino veniva assassinato dalla mafia lungo la strada per il tribunale di Agrigento. Oggi, nel giorno dell’anniversario della sua morte, la memoria del giudice beato torna a interrogare la sua terra e, più in generale, chiunque abbia a cuore il valore della giustizia.
A ricordarlo è anche monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace e postulatore della fase romana della causa di canonizzazione di Livatino, che sulle pagine de L’Amico del popolo, settimanale dell’Arcidiocesi di Agrigento, invita a non trasformare la sua figura in una semplice ricorrenza. Intitolargli strade e aule, ricordarne le parole e celebrare ogni anno il suo sacrificio rischia, scrive Bertolone, di rendere innocua una testimonianza che invece continua a porre domande.
Livatino non fu soltanto un magistrato ucciso dalla criminalità organizzata. Visse il proprio ruolo come una responsabilità e una vocazione, cercando di tenere insieme indipendenza e umanità, rigore della legge e attenzione alla persona. Le sue iniziali S.T.D., Sub tutela Dei, ricordavano che anche chi giudica esercita un potere che non gli appartiene pienamente e al quale dovrà rendere conto.
Per questo la sua figura continua a parlare ai magistrati, ma non soltanto a loro. Parla a chi esercita una responsabilità pubblica, a chi crede nella legalità e a chi si interroga sul rapporto tra fede, giustizia e bene comune. La sua eredità, a 36 anni dall’assassinio, non sembra dunque consegnata al passato: è una domanda ancora aperta sul modo in cui ciascuno sceglie di esercitare il proprio compito e la propria responsabilità.









Lascia un commento