Oggi inauguriamo un percorso editoriale che mette al centro le storie di chi sceglie di restare. In una Sicilia in cui partire sembra spesso la strada più semplice, c’è chi decide invece di rimanere per amore della propria terra, per responsabilità verso comunità che rischiano lo spopolamento e per il desiderio di costruire futuro proprio lì dove altri vedono solo difficoltà.
È una scelta che rispecchia il cammino indicato dal nostro vescovo, S.E.R. Mons. Giuseppe Marciante (come ha spiegato il nostro direttore nella serata di ieri), da sempre impegnato nel sostenere i giovani e le nostre aree interne. Ed è dentro questa visione che si inserisce il racconto che presentiamo oggi: un volto, una storia, un esempio concreto di “restanza”.
Cominciamo oggi, questo nostro cammino, con Luca Li Vecchi, presidente della Cooperativa Verbumcaudo. “Le storie delle ragazze e dei ragazzi della cooperativa – si legge sul sito della cooperativa – sono storie di “restanza”, tutti giovani che stanno scegliendo di investire nell’entroterra siciliano: ci sono ingegneri, geologi, guide naturalistiche, agronomi, commercialisti e addetti alle lavorazioni agricole qualificati. Verbumcaudo è simbolo di riscatto e rappresenta tutta la tenacia di una generazione che ha deciso di lottare con ostinazione per il diritto di rimanere nella propria terra e lavorare con dignità“.
Luca, intanto grazie per aver accettato questa chiacchierata: cosa ti ha portato ad avvicinarti alla cooperativa Verbumcaudo e qual è stato il momento in cui hai capito che questo progetto sarebbe diventato parte della tua vita?
“Da poco avevo avviato il mio percorso lavorativo di ingegnere attinente al mio percorso universitario, ricco di esperienze all’estero e accreditato presso alcune Pubbliche Amministrazioni; un percorso che sicuramente sarebbe stato anche florido seppur certamente complicato. Venuto a conoscenza dell’avviso emanato dal Consorzio Madonita per la Legalità e lo Sviluppo, ho partecipato a un evento di presentazione dello stesso ad Alimena, seppur residente in un comune non socio (nella graduatoria non avrei preso il relativo punteggio previsto): quella idea lungimirante di quel bando, l’obiettivo che si era prefissato e il presagio che si trattava di un pezzo di bella storia sul mio e nostro territorio hanno scosso le mie certezze professionali. Volevo far parte di quella storia ma avevo il forte dubbio che non sarebbe andato a buon fine perché pensavo che non avrebbero partecipato in tanti e che si sarebbe risolto tutto in un nulla di fatto, dando adito e ragione a chi nella mia generazione aveva riposto poca fiducia: da Resuttano sono partito per Polizzi e ho protocollato, credo, circa un centinaio di domande di ammissione! Fortunatamente mi sbagliavo: tanti altri giovani avevano scelto con coraggio e determinazione questo percorso. Per me segnava un ritorno alla terra, alle mie origini, dal momento che sono figlio di agricoltori”.
Da giovane impegnato nel territorio, cosa rappresenta per te la parola “restanza”? La cooperativa opera su un bene confiscato alla mafia. Quanto è importante, per un giovane, scegliere di rimanere e lavorare proprio qui, trasformando questo luogo in uno spazio generatore di comunità, economia sana e futuro?
“Il nostro territorio profuma di comunità! È comunità! Di certo non va costruita perché esiste. I nostri paesi e chi li abita sono come soci di una cooperativa pronti a tutto per farla fiorire e crescere. Puliamo la strada davanti la nostra porta e mettiamo le lampadine quando passa la processione; cresciamo ed educhiamo i nostri figli e i figli dei nostri concittadini: sin da piccoli abbiamo tutti avuto il privilegio di uscire liberi a giocare per le strade tranquilli (noi e i nostri genitori) perché ad ogni porta c’era una nonna, uno zio, una cugina, non necessariamente nel senso genetico del termine. Grazie a questo, la strada era la nostra scuola di comunità dove confrontarsi, stringere amicizie, litigare e trovare la prima fidanzatina. Oggi il vero problema diventano quelle case vuote in realtà, e il motivo di quella vacanza che oggi va ricercato oltre la causa del lavoro. Il progetto Verbumcaudo è un progetto di restanza dove la cooperativa si prende cura di un bene dello Stato, un bene confiscato alla mafia, per reimmetterlo nel circuito dell’economia sociale attraverso il lavoro: così centriamo l’obiettivo di restituzione del bene ai legittimi proprietari che sono le comunità. Ecco, da un aspetto negativo la restanza trasforma in segno positivo per le comunità: pensate a tutto ciò che ci manca, dall’asilo nido che non c’è, all’ultimo pub che chiude fino all’associazione di teatro… se attuati, possono diventare risorsa e ricchezza, posti di lavoro, oltre a contribuire a tenere vive le nostre comunità. Ecco cosa fa il “restante” e la “restanza”. E cerca di contaminare. Anche per questo il nostro slogan in cooperativa non è “costruire comunità” ma, invero, è “coltivare comunità, seminare futuro”.
In un’epoca in cui tanti coetanei partono per cercare opportunità altrove, cosa ti ha spinto a restare? Hai mai avuto il dubbio o la tentazione di andare via? Cosa ti ha fatto cambiare idea?
“Seppur complicato e difficile, perché tutti siamo attaccati a questo territorio, o meglio alle nostre comunità, andare via pare continuare ad essere la scelta dei miei coetanei. Anche di chi qui un lavoro ce l’ha o ha un’impresa che fattura bene. Faccio una parentesi: io stesso ho amici e colleghi che hanno scelto di andare via e lavorano presso studi professionali guadagnando bene, ma mai quanto chi ha deciso di fare lo stesso lavoro qui, arrivando a fatturare cifre almeno a 5 zeri. Il tema non è quindi il lavoro, ma una vera e propria sostenibilità di vita nei nostri territori. Io ho scelto di restare perché ho deciso di cogliere queste opportunità da “cinico restante”, ma soprattutto perché senza vivere qui mi manca quasi il fiato. Ma è pur vero che sto incontrando alcune vere difficoltà date da mancanze infrastrutturali che non rispondono a mie rinnovate esigenze alla luce di un nuovo status sociale: sono diventato genitore e ho necessità di un asilo nido che non c’è. Non ho una risposta ma una domanda: che faccio? Vado via a prescindere in un posto che mi dà questo servizio bello e pronto, magari in una bella città? O provo a trasformare questa lacuna in opportunità per me e per la comunità? Non ho una risposta, ma io sono tentato dalla seconda. Altra riflessione che mi piacerebbe leggessero alcuni amministratori locali ma anche imprese più o meno grandi: se dovessi essere costretto a cambiare paese per questi motivi, non andrei in città ma in un altro paese che mi offre questi servizi. Non importa se attuati dalle pubbliche amministrazioni, da privati o da un partenariato: ad ogni modo mi trasferirei in una comunità di restanti. Credo che la restanza sia un attrattore”.
Dal tuo punto di vista, quali strumenti mancano oggi ai giovani delle Madonie per pensare al futuro senza dover partire?
“Forse la risposta più ovvia sarebbe che mancano alcuni strumenti e capacità imprenditoriali. Ma in realtà credo che ci sia una soglia di sfiducia molto alta: nella burocrazia, nei processi politici a cui assistiamo o che subiamo. Insomma, c’è sfiducia in chi nei nostri territori dovrebbe alimentare meglio scelte meritocratiche. Preferiamo emigrare dove la meritocrazia è l’unica cosa che conta, promossa e valorizzata. Ecco, manca la fiducia”.
Guardando al domani, cosa sogni per Verbumcaudo e per i giovani che vogliono rimanere nella nostra terra, inoltre, se dovessi parlare a un ragazzo che oggi è indeciso se restare o partire, cosa gli diresti?
“Resta ed impegnati con responsabilità nel segno della “Restanza”. Questo sento di consigliare ai ragazzi, in particolare a quelli che vivono in aree interne. Se avessi la certezza che siano in tanti ad ascoltare questo primo mio consiglio, a tanti altri direi di andare via con l’obiettivo oltre che con la promessa di tornare e contaminare la loro terra e comunità natia. A tutti consiglio sempre di tenere a mente che sono le Donne e gli Uomini che sono, anche e soprattutto grazie alle loro comunità. Verbumcaudo in questi anni, tra mille difficoltà previste o meno, ha fatto tanta strada come impresa agricola, cooperativa e comunità. Sono anni, questi che viviamo, molto delicati e decisivi: viviamo un momento di “fermo obbligato” in particolare di alcune attività per via dei lavori di ristrutturazione della masseria che ci vedono però impegnati dietro le quinte in una riorganizzazione che sia pronta ed efficace nella gestione di un bene confiscato rinnovato e innovativo per mezzo dei lavori di cui parlavo e che abbiamo cercato e ottenuto con determinazione. È l’ulteriore azione doverosa di responsabilità che sentiamo di dover attuare. Nel primo semestre abbiamo nominato AD un grande professionista come l’agronomo Vincenzo Valenti; stiamo rimodulando il nostro piano aziendale e siamo impegnati nella ricerca di un Temporary Manager esperto capace di attuare con sapienza questo rinnovato business plan. Insomma, per Verbumcaudo sogno che sia all’altezza di ciò che è chiamata ad assolvere nelle nostre comunità”.









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