Se in vacanza la mente resta in ufficio

Se in vacanza la mente resta in ufficio

Secondo un recente sondaggio il 58% degli adulti italiani non riesce a “staccare” dal lavoro durante le ferie. Ma il mancato riposo nuoce al benessere e ai rapporti con i cari.

Filippo è il responsabile informatico in un’importante azienda di arredamento, un ruolo che comporta la necessità di essere reperibile anche nei weekend. In vista delle ferie, l’azienda da un paio di mesi gli ha affiancato con un collega più giovane. Filippo dice che non è male, ma alla vigilia della partenza per le vacanze al mare, ha annunciato alla famiglia che “comunque” lui si porterà il computer. Cristina, la moglie, sa già che Filippo non riuscirà a non controllare compulsivamente le e-mail nemmeno sotto l’ombrellone e si aspetta interminabili telefonate di lavoro. I figli hanno però già brontolato: perché così il padre condizionerà anche uscite per gite e scampagnate in luoghi dove magari il cellulare “non prende”. Non è una novità: ma quest’anno c’è una persona che lo sostituisce, per di più di sua fiducia. Perché non ce la fa a mollare nemmeno un secondo? Filippo non è il solo, anzi: secondo uno studio condotto in collaborazione da CamperDays, piattaforma di noleggio camper con l’istituto di ricerca Censuswide, ben il 68 per cento degli intervistati rimane con la mente in ufficio anche in vacanza, ammettendo di sentire l’esigenza di controllare le comunicazioni e le attività perse durante le giornate offline. Al primo posto tra chi fatica di più a disconnettersi sono i lavoratori nella fascia tra i 45 e i 54 anni, con il 74% di risposte, ma anche nella Generazione Z, il 73% tra i 18 e i 24 anni si dichiara in dovere di seguire gli aggiornamenti lavorativi anche a distanza. «Queste modalità sono sempre esistite, ma sono esplose con l’avvento di Internet, degli smartphone e dello smartworking», premette Benedetta Comazzi, psicologa a Milano. «A volte l’idea di andare in vacanza ma “esserci” per il lavoro è anche rassicurante, una sorta di compromesso tra riposo e senso del dovere che però di fatto ingarbuglia e impedisce il sano stacco di cui tutti abbiamo bisogno». Anche se non è il caso di Filippo, alcune aziende in questo modo sono anche riuscite a bypassare le sostituzioni ferie (e i relativi costi), e questo aspetto andrebbe considerato nell’ipotesi che ci si faccia prendere troppo dai sensi di colpa… «In generale, le persone che si portano il lavoro in vacanza tendono a basare la propria identità sul loro ruolo professionale, dimensione costituente e fondante del loro essere», continua la psicologa. «Hanno un bisogno continuo di performare e di restare sempre legati qualcosa che dà loro gratificazioni e soddisfazioni, oltre alla convinzione – sia pure illusoria – che senza di loro tutto si fermi o possa andare male, e quindi c’è anche l’ulteriore bisogno di sentirsi indispensabili». Tra i più giovani comincia ad apparire una maggiore consapevolezza dei propri bisogni e dell’importanza di tutelare il proprio benessere psicofisico, salvo essere accusati dalla generazione più anziana di scarso impegno e senso del dovere. Il giusto mezzo sarebbe saper mettere dei limiti. Oltre a non fare bene alla salute mentale e fisica, «Il non staccare mai, e in particolare in vacanza si ripercuote sugli equilibri famigliari: il coniuge si arrabbia, i figli sentono il genitore distante come nel resto dell’anno. Non ci si rende conto quanto sia fatico e dannoso per se e per gli altri non darsi mai la possibilità di concentrarsi su nuove esperienze e assumere nuovi ritmi». A volte questo è proprio un modo per evitare di stare in contatto con altri bisogni: «Il lavoro diventa un po’ uno scudo tra me e il resto del mondo. Così mentre il marito sta al pc, la moglie magari si allontana con le amiche e lo stesso i figli, ma così si perde la dimensione famigliare o l’occasione per ritrovarla. Ricordiamoci sul lavoro siamo tutti utili, ma per chi ci vuole bene siamo indispensabili». «C’è un tempo per ogni cosa, dice il Libro del Qoelet», ricorda padre Giovanni Calcara, domenicano del convento San Domenico di Palermo. «Bisogna saper distinguere il tempo del lavoro dal quello riposo, della famiglia, degli hobby, degli impegni per gli altri… Altrimenti non riusciamo più a essere prossimi, non solo nel significato di vicini, ma nella condivisione di ciò che si fa. Un conto è una professione in cui è necessaria la reperibilità, come succede ai medici, un conto è quando diventa un’ossessione, si ha la compulsione di essere sempre collegati per non andare in tilt. Come se il mondo ruotasse intorno a noi: e invece siamo noi che giriamo gli uni attorno agli altri. Perdiamo la possibilità di godere della presenza della famiglia, della bellezza dei luoghi o del relax che ci aiuta a ritemprare le forze per poi affrontare al meglio la ripresa lavorativa “vera”. E se pretendiamo che i figli spengano il cellulare a tavola, è giusto che loro facciano altrettanto quando siamo in vacanza per vivere serenamente una delle poche occasioni per stare tutti insieme, riformulare i rapporti, affrontare chiarimenti e bisogni che sono stati più volte rimandati».

Mariateresa Truncellito – Padre Giovanni Calcara OP

In “Maria con te” n. 32 del 10 agosto

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