Parolin: la pace non si costruisce con la forza, appello alla diplomazia multilaterale

Parolin: la pace non si costruisce con la forza, appello alla diplomazia multilaterale

Il ritorno della forza come strumento ordinario nelle relazioni tra gli Stati rischia di incrinare ulteriormente un equilibrio internazionale già fragile. È il timore espresso dal cardinale Pietro Parolin, che in una recente intervista ai media vaticani ha richiamato l’attenzione sulla pericolosa deriva di un mondo in cui il diritto sembra cedere il passo alla logica delle armi.

Il nuovo scenario di tensione in Medio Oriente, dopo gli attacchi contro l’Iran, riapre ferite profonde e alimenta l’incertezza. A pagarne il prezzo sono soprattutto le popolazioni civili, tra cui comunità già segnate da anni di instabilità e conflitti. Il rischio, sottolinea il porporato, è quello di una spirale di violenza capace di allargarsi oltre ogni previsione, con conseguenze difficilmente controllabili.

La posizione della Santa Sede resta coerente: la pace non può essere costruita attraverso l’escalation militare, ma va ricercata con ostinazione nei canali diplomatici, specialmente in ambito multilaterale. Il ricorso alla forza, ricorda Parolin, dovrebbe rappresentare solo un’estrema ratio, dopo aver esaurito ogni tentativo politico. Diversamente, si apre la strada a un sistema internazionale in cui ciascuno si sente legittimato ad agire preventivamente, alimentando un clima di conflitto permanente.

Nel suo intervento, il cardinale evidenzia anche la crisi più ampia che attraversa oggi il diritto internazionale: l’indebolimento delle istituzioni comuni e la tentazione, da parte degli Stati, di sottrarsi a regole condivise per affermare interessi particolari. Una dinamica che rischia di svuotare principi fondamentali come la sovranità, l’autodeterminazione dei popoli e la tutela dei civili nei teatri di guerra.

Non meno grave è il diverso peso attribuito alle violazioni del diritto umanitario: l’indignazione selettiva mina la credibilità della comunità internazionale e alimenta divisioni. Ogni vita umana, ricorda la diplomazia vaticana, merita la stessa attenzione e la stessa tutela, senza distinzioni.

In questo contesto, l’appello del Papa – che ha parlato di una tragedia dalle proporzioni enormi – suona come un invito pressante alla responsabilità. Occorre far tacere le armi e riaprire spazi di dialogo, consapevoli che la diplomazia è un cammino lento e complesso, ma resta l’unica via capace di evitare ulteriori sofferenze.

La speranza cristiana, infine, non si nutre di ingenuità, ma della convinzione che la violenza non possa generare una pace autentica. È una speranza che si traduce in un appello concreto: ascoltare il grido dei popoli che chiedono giustizia e sicurezza, e trasformarlo in scelte politiche coraggiose, capaci di anteporre il bene comune agli interessi di parte.

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