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Nelle “Aree Interne” c’è vita: terre generose che ospitano comunità resilienti

Nelle “Aree Interne” c’è vita: terre generose che ospitano comunità resilienti

Per secoli hanno offerto all’Italia beni essenziali: acqua, aria, cibo, legname, energia. Sono le aree interne, quelle montagne e colline che hanno custodito culture e saperi, ma che negli ultimi decenni hanno conosciuto spopolamento, marginalità e abbandono.

Eppure, proprio da questi territori arrivano oggi segnali di rinascita. Comunità resilienti che scelgono di restare, di tornare o di iniziare una nuova vita, dando vita a modelli sostenibili di convivenza tra uomo e ambiente. Realtà che si oppongono all’omologazione, riscoprendo il valore della cooperazione, della solidarietà e della custodia del creato.

Un quadro che “Il Manifesto” ha raccontato di recente, mettendo in luce come esperienze virtuose – dai boschi rinaturalizzati ai terrazzamenti delle Cinque Terre, dalla pastorizia all’agricoltura di montagna – possano restituire futuro a luoghi che sembravano destinati al silenzio.

Ma non bastano le sole buone pratiche. Serve una visione politica coraggiosa che riconosca le aree interne non come periferie, ma come cuore pulsante del Paese. È questa la richiesta contenuta nella Lettera aperta al Governo e al Parlamento, firmata da 139 vescovi italiani. Tra loro, anche S.E.R. mons. Giuseppe Marciante, vescovo di Cefalù, che insieme agli altri pastori sottolinea come sia necessario sostenere esperienze di rigenerazione “coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale”.

Un appello forte, che intreccia la dimensione sociale a quella spirituale: restituire dignità alle terre alte, ai mestieri antichi, ai giovani che desiderano costruire lì la propria vita, significa custodire non solo l’ambiente ma anche l’anima del Paese. Perché senza le montagne, senza i paesi arroccati, senza le comunità che li abitano e li mantengono vivi, l’Italia semplicemente non esisterebbe.

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