Ogni giorno c’è una notizia di femminicidio e ogni giorno si ribadisce che bisognerebbe modificare l’educazione dei maschi fin dall’infanzia. Ma concretamente cosa significa? Coinvolgere la scuola, con incontri con esperti per studenti e genitori? Introdurre nel programma ore dedicate all’“educazione all’affettività”? Potrebbe essere un primo passo. Ma è sufficiente? Perché il ruolo essenziale – c’è poco da fare – lo gioca la famiglia. Che però è spesso disarmata e impotente, di fronte a ragazzine in apparenza sempre più disinvolte ed emancipate e maschietti talvolta considerati dei “bamboccioni” rispetto alle coetanee, in un sistema di valori fluido, dove vale tutto e il suo contrario. «Oggi nelle famiglie manca la gestione delle emozioni e delle frustrazioni», sottolinea Federica Benassi, counselor di famiglia, coordinatricedi un asilo nido e autrice di “Genitori e adolescenti. Manuale del pronto soccorso” (ed. Paoline). «Ai bambini fin dai primi anni di vita viene concesso tutto. I genitori appaiono quasi sottomessi ai figli, che decidono come pranzare, quando uscire e dove andare in vacanza: la comunicazione non manca, anzi è pure troppa, ma è accondiscendenza senza contraddittorio, soprattutto se il genitore è rimasto a sua volta un tardo adolescente. Troppa comunicazione senza costrutto, troppi desideri subito soddisfatti, troppi regali, troppe feste. Tutto troppo». La parola educativa chiave sarebbe invece “levare”, ma è faticoso, soprattutto fronteggiando sensi di colpa perché si sta tante ore lontano dai figli per lavoro e altri impegni. «Quando i bambini crescono i genitori provano a dire dei “no”», continua l’esperta. «Ma figli non riescono ad accettarli, divenendo sempre più prepotenti e maleducati. Con la “complicità” di un gigantesco contesto esterno, il cellulare, che viene dato sempre più in anticipo e sempre più a tempo indeterminato, senza considerare i rischi, compreso il condizionamento da parte di influencer, tiktoker, venditori in una sorta di enorme paese dei balocchi che inculca desideri e modelli». Conseguenze? «Isolamento, narcisismo ed egocentrismo. Quando cominciano a pretendere di più in termini di libertà e uscite, i genitori si preoccupano: ma dopo averli cresciuti all’insegna del permissivismo, imbrigliarli è impossibile. L’atmosfera familiare diventa incandescente e il genitore esplode: urla, ricatti, minacce, empatia zero. Aspetti della famiglia autoritaria del passato che però, oggi, non funzionano più. Poi, per quanto mamma e papà li proteggano da dolori e delusioni, i ragazzi prendono a prescindere i primi no a prescindere: da una ragazzina che li respinge, dalla scuola, in ambito sportivo. Ma non hanno sviluppato nessuna competenza per gestire delusioni e disillusioni. Da qui la ribellione, anche violenta». Questo può valere per figli e figlie. Ma perché sempre più spesso si sente raccontare di ragazzi gelosi, possessivi in maniera atavica, fino ai drammatici casi di cronaca che riguardano anche coppie formate da un ragazzo poco più che adolescente e ragazze che vanno ancora alle medie? «C’è l’influenza della società, della moda, del gruppo dei pari dove imperano bullismo e aggressività, della musica… E conta ovviamente l’educazione in casa: ci sono ancora frange di patriarcato, ma non così diffuse. Secondo me oggi bisogna invece accendere di più i riflettori sul “figliarcato”: il genitore deve esserci davvero, non pensare a sè – i voti, le performance, la bellezza delle figlie vissuti come un trofeo – ma costituire una presenza concreta, forte, rassicurante, robusta. Non bisogna avere paura a dire no fin dalla prima infanzia – spiegandolo, con parole adatte alla loro età – perché imparino a gestire le piccole le frustrazioni e poi le grandi. E anche alle ragazzine – oggi presto consapevoli del potere che dà loro il corpo, senza però saperlo amministrare – bisogna insegnare a dire no, a non essere solo carine e accondiscendenti: devono avere la consapevolezza di non buttarsi via. Pretendere rispetto dagli altri è più facile se si ha rispetto di se stesse».
Per padre Giovanni Calcara, domenicano del convento San Domenico di Palermo, «L’educazione ha un ruolo cruciale per prevenire i femminicidi, ma può funzionare solo se c’è un’alleanza tra scuola, famiglia, chiesa e società che al momento non solo non si parlano, ma talvolta sono addirittura in conflitto. Se queste istituzioni sono prive di autorità, ma anche di credibilità, ai ragazzi mancano punti di riferimento, e così restano in balia degli input dei social, dove la donna è esaltata soprattutto come oggetto sessuale. Non bisognerebbe chiedersi “Cosa c’è di male?”, ma “Cosa c’è di bene?”. Concordo, i ragazzi vanno educati a sentirsi dire no. Ma se non succede, perché i genitori concedono tutto, gli insegnanti hanno paura delle reazioni famigliari, la società assiste impotente senza nemmeno provare mettere in atto iniziative per invertire la rotta, e anche la catechesi giovanile non è in grado di educare a sentimenti maturi e rispettosi dell’altro, nella dimensione della ragione e della fede e non puramente istintuale – ma questo modello lo hanno da madri e padri – succede che qualche ragazzo vada in tilt di fronte a una fidanzatina che non fa tutto quello che vuole lui, senza nemmeno rendersi conto della gravità di ciò che mette in atto».
Mariateresa Truncellito
In “Maria con te” n. 31 del 3 agosto








