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La verità storica non si offusca

La verità storica non si offusca

La verità storica, come una città posta sul monte che non può restare nascosta [1], non può essere oscurata da teorie infondate. Il rischio è quello di indebolire il patrimonio culturale collettivo, soprattutto tra i non specialisti, in nome di un sensazionalismo effimero e fuorviante.

In questa stessa prospettiva, destano preoccupazione i recenti tentativi di alterare la storia della Basilica Cattedrale di Cefalù e, in particolare, la figura del suo fondatore, Ruggero II d’Altavilla, proponendo come “verità storiche” elementi che non trovano alcun riscontro nelle fonti. Il cosiddetto “effetto Dan Brown” che, con “Il Codice Da Vinci”, ha mostrato come la combinazionedi fatti storici, luoghi reali e autentiche opere d’arte [2] con teorie cospirative infondate e forzature interpretative possa compromettere persino la percezione storica della vita di Gesù trasmessa dai Vangeli.

Il successo del romanzo ha mostrato come una narrazione avvincente, se presentata con l’artificio del “fatto”, possa progressivamente erodere la percezione della realtà, inducendo i lettori a considerare verosimili ipotesi costruite su presunte “verità nascoste”.

L’onestà intellettuale impone, pertanto, di delineare con chiarezza il confine tra la ricerca storica fondata sulle fonti e la finzione narrativa. In modo analogo, anche un recente articolo, volto a creare un alone di mistero attorno al sensazionalistico titolo “Due teste su una tavoletta: l’affresco più inquietante di Cefalù”, può essere agevolmente ricondotto nell’ambito della corretta indagine storica, evitando di alimentare miti privi di fondamento.

L’opera, di circa cm 192 x 78 e databile al XIV secolo, è collocata sulla prima colonna della navata sinistra della Basilica Cattedrale di Cefalù e raffigura Papa Urbano V, al secolo Guillaume de Grimoard (1362-1370).

Il riconoscimento del soggetto si deve al rigoroso studio di Almamaria Mignosi Tantillo, che, attraverso un’accurata analisi dei dettagli iconografici e stilistici, ha definitivamente chiarito l’identità del personaggio, confutando la precedente attribuzione alla Basilissa Irene Comneno [3].

L’identificazione è fondata su un elemento iconografico decisivo: per l’appunto quella tavoletta che il Pontefice tiene tra le mani, nella quale sono raffigurate le teste degli Apostoli Pietro e Paolo. È noto, infatti, che durante il breve ritorno a Roma di Urbano V (1367–1370) – un tentativo di porre fine alla cosiddetta “cattività avignonese” – avvenne il ritrovamento delle reliquie delle teste dei Santi Pietro e Paolo nella cappella del Sancta Sanctorum del Patriarchio, e la loro successiva traslazione e ostensione nella Basilica Lateranense.

L’evento, di grande risonanza e popolarità, ispirò numerosi artisti del tempo, che raffigurarono il Pontefice in diverse chiese d’Italia, della Provenza e dell’area mediterranea proprio con le reliquie degli Apostoli. Non stupisce, dunque, che anche a Cefalù – dove è attestata una particolare devozione verso i Santi Pietro e Paolo, ai quali Ruggero II aveva dedicato la Cattedrale insieme al Santissimo Salvatore – l’immagine di Urbano V sia stata rappresentata con tale attributo [4].

I Santi Apostoli Pietro e Paolo, raffigurati nei mosaici in posizione eminente, erano altresì onorati con una cappella loro dedicata nella protesi della Cattedrale, nelle immediate vicinanze dell’affresco di Urbano V.

Alla domanda: “Perché un papa francese dovrebbe apparire nascosto tra le colonne di una cattedrale normanna?”, si può dunque rispondere con chiarezza: l’affresco non è mai stato concepito per celarsi nel mistero, ma è sempre stato visibile, persino quando venne parzialmente coperto dalla cantoria di un organo su colonne, sotto la quale si trovava un altare dedicato a Maria Vergine.

Quanto all’ulteriore quesito: “Perché appare senza gloria, senza iscrizioni, quasi in penitenza?”, la risposta è altrettanto semplice: l’apparente anonimato o atteggiamento di penitenza del Pontefice non trova, ancora una volta, alcun fondamento storico né iconografico. Va inoltre ricordato che il ritratto del Pontefice non rappresenta un caso isolato nella decorazione murale della navata: la colonna adiacente presenta ancora tracce di pittura, tra cui frammenti che rivelano l’immagine di una città turrita (o di un castello). Ciò rafforza l’ipotesi che le colonne fossero concepite come superfici narrative, e che la figura del Papa s’inserisse in un programma decorativo più ampio, smentendo così l’idea che si tratti di un elemento isolato o segreto.

Di fronte a tali evidenze iconografiche e storiche, il tentativo di diffondere una tesi revisionista, priva di un solido apparato filologico e documentario, appare come una manovra costruita ad arte. Il fine non è quindi la genuina ricerca della verità, ma la creazione artificiosa di un “mistero” capace di catturare l’attenzione del pubblico e, in ultima analisi, di alimentarne l’innata curiosità.

Pertanto, alla domanda: “Papa Urbano V? O qualcuno che la storia ha dimenticato?”, non può che darsi una sola risposta: la prova storica finora evidenziata. È Urbano V, e non vi è alcun messaggio recondito o codice segreto da decifrare se non quello, limpido e autentico, di una devozione ai Principi degli Apostoli, trasmessa attraverso i secoli fino a noi.

Valerio Di Vico

Responsabile dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiali della Diocesi di Cefalù

Per approfondire

[1]Cfr. Mt 5,14-15.

[2] Cfr. D. BROWN, Il Codice Da Vinci, 2003, Milano, Mondadori, 2003, Prefazione, p. 9: «Tutte le descrizioni di opera d’arte e architettoniche, di documenti e rituali segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà».

[3] Cfr. A. M. TANTILLO, Resti pittorici e parietali dell’aula, del transetto e del presbiterio, voce Urbano V, in La Basilica Cattedrale di Cefalù. Materiali per la conoscenza storica e il restauro, vol. 7 (Contributi di storia e storia dell’arte), Epos, Palermo, 1985, pp. 89- 92.

[4] Ivi, p. 91: «Negli atti del processo della sua vita presentato al suo successore Gregorio XI ad Avignone e citato dal Pastor, si leggeva che “Urbano V si dipingeva e si venerava per santo in molte chiese et anco di Roma”». Così anche nell’immagine di Cefalù.