Al Bastione di Capo Marchiafava di Cefalù, dal 16 maggio 2026, la mostra “La Luce del Mediterraneo – Riflessi e colori” si trasforma in molto più di un semplice percorso artistico. Un viaggio tra pittura, fotografia e suggestioni visive che trova proprio nella città normanna il suo scenario ideale, “in nome e sotto il segno della bellezza”, come ha sottolineato nel suo intenso intervento la professoressa Maria Antonietta Spinosa.
L’iniziativa, organizzata da Maria Cristina Benintendi e curata da Mauro Coronas, ha richiamato artisti, appassionati e visitatori in uno dei luoghi più suggestivi della costa siciliana. Ed è stata proprio la professoressa Spinosa a spiegare il profondo legame tra Cefalù e il tema della luce, definendola una sorta di “genius loci” della città.
“Cefalù capta la luce e la intrattiene”, ha raccontato durante il vernissage, descrivendo la città come “una scatola magica in cui si incontrano tutti i raggi del mondo”, citando lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo. Un luogo in cui il Mediterraneo diventa incontro di culture, colori e storie, tra il mare, la Rocca e i riflessi dorati che attraversano il Bastione affacciato sull’acqua.
Nel suo discorso, la docente ha voluto anche richiamare il valore profondo dell’arte in un tempo complesso come quello attuale. “Occorre continuare ad affinare il nostro sentimento del bello”, ha detto, spiegando come la bellezza non debba essere vissuta come elemento decorativo, ma come “svelamento del senso del mondo” e possibilità di immaginare “altri mondi possibili”.
Un passaggio particolarmente intenso è stato dedicato proprio al Mediterraneo, definito non soltanto mare di incontro ma anche spazio fragile e ferito: “Il mare nostrum rischia di diventare mare monstrum”, ha affermato, ricordando quanto oggi arte e cultura possano diventare strumenti di dialogo, inclusione e umanità.
La mostra raccoglie opere realizzate con linguaggi e tecniche differenti: dipinti, fotografie e creazioni artistiche che, come spiegato dalla stessa Spinosa, “reinterpretano la luce nei modi più diversi”, trasformandola in memoria, emozione e relazione. E non è casuale che tutto questo avvenga proprio al Bastione di Cefalù, luogo simbolico dove la luce del Tirreno incontra la pietra della città medievale e dove la Sicilia mostra tutta la sua identità mediterranea, sospesa tra storia, arte e paesaggio.
“La luce del Mediterraneo – Riflessi e colori” diventa così non soltanto una mostra, ma un invito a guardare il mondo con occhi diversi. Perché, come ha concluso la professoressa Spinosa, “non siamo padroni della luce, possiamo esserne soltanto custodi”.
Il testo integrale dell’intervento della professoressa Spinosa
L’affettuosa amicizia di Maria Cristina Benintendi abile organizzatrice di questo evento, la gentilezza di Mauro Coronas esperto curatore dello stesso, hanno fatto sì che intervenissi, sopravanzando ogni resistenza: eccomi perciò tra voi, spero con ulteriori ragioni oltre a quella di ricambiare la loro così lusinghiera attestazione di stima.
L’imbarazzo sarebbe, da parte mia, quello di essere persona di penna più che di pennello, di riflessioni filosofiche più che di riflessi artistici: di temere perciò che con il proprio discorso i visitatori della mostra che si inaugura adesso siano trattenuti fin troppo sulla soglia della esperienza eccellente che comunque un vernissage tanto partecipato e variegato offre già da sé.
Abbiamo “patteggiato” dunque che il mio dovesse essere soltanto il benvenuto di un’indigena cefaludese che riuscisse a trovarsi pertanto nella condizione di significare, con una certa disinvoltura, la grazia dell’accadere di questo evento proprio a Cefalù, esprimendo l’accoglienza che questa città e la sua comunità intendono tributare agli ospiti, specie se la scelgono “in nome e sotto il segno della bellezza”. Sono convinta infatti che è necessario continuare ad affinare il nostro sentimento del bello, che è decisivo educarci alla bellezza non come elemento esornativo o accessorio: occorre non abituarci ad essa, non fruirne da turisti passeggeri, ma apprezzarla come svelamento del senso del mondo, rivelazione vitale di ciò in cui ne va di quello che noi stessi siamo, prospettiva di altri mondi possibili. Tutto questo fa l’arte e ci tengo a ribadirlo- è d’obbligo il riferimento- in questi “tempi di povertà”, come li avrebbe chiamati Rilke, tempi in cui siamo così poveri da non riuscire nemmeno ad accorgerci di esserlo, secondo il commento del filosofo contemporaneo Martin Heidegger che li commenta e ne fa l’ermeneutica in un intenso saggio di estetica; tempi in cui il mare nostrum rischia di diventare il mare monstrum, da culla a tomba di genti.
Proverò dunque, stando così sul pezzo, a mettere in luce, appunto, la peculiare connessione di questa mostra con Cefalù, e addirittura la sua attinenza con il sito in cui le opere presentate sono esposte. La luce risulta una sorta di genius loci per Cefalù: per la vostra iniziativa è di certo una felice, singolare coincidenza. Cefalù ha infatti, nei fatti, un legame speciale con la luce: per geografia e per storia; la mostra La luce del Mediterraneo. Riflessi e colori ne risulta perciò perfettamente contestualizzata e valorizzata. Cercherò rapidamente di esplicitarlo, spero senza approfittare eccessivamente della vostra pazienza.
Siamo in Sicilia: ombelico del Mediterraneo, un’isola che è un continente in miniatura, è terra di meticciati, microcosmo di culture, crocevia di popoli; sicilitudine, secondo l’arguta convinzione di Leonardo Sciascia, è propriamente architettura di ponti e di porti, di somiglianze, di quegli apparentamenti in cui avviene lo scambio fecondo tra le civiltà; è essere attratti immediatamente da mille orizzonti e perciò sollecitati a scavalcare confini, ad attraversare soglie, a moltiplicare traiettorie e credo anche, ineludibilmente, a condividere destini. Mi pare emblematico in proposito il sorriso ironico dell’Ignoto di Antonello, di Antonio di Giovanni de Antonio, custodito a Cefalù, insigne opera pittorica che si pone alla svolta di un’epoca; ha lasciato identificarsi con un marinaio e, spuntando dall’oscurità compatta in un guizzo di luce e di colore, invita a disporsi nella gittata del suo sguardo ammiccante, seducente, ammaliante ed enigmatico.
La luce nella geografia di Cefalù, dunque. Ci troviamo raccolti al Bastione di Capo Marchiafava, che fa parte del complesso monumentale dei resti della cinta muraria di Cefalù, antico sistema di fortificazione. L’edificio poligonale seicentesco marca il territorio costituendo il punto più avanzato in cui esso tocca a nord il mare; oggi funge ormai – e tale riconversione ci fa lieti – da terrazza panoramica da cui cogliere, come sospesi, un’interessante modificazione del paesaggio siciliano: è il punto in cui il versante messinese si accosta a quello palermitano dell’isola e la natura più selvaggia e impervia dei monti Nebrodi incrocia quella più pianeggiante e coltivata delle Madonie. In questo snodo, Cefalù si dispone come “una scatola magica in cui si incontrano tutti i raggi del mondo” – scrive il noto scrittore siciliano contemporaneo Vincenzo Consolo-: Cefalù si fa ouverture, dischiusura di una scena che, volgendo da oriente verso occidente, segue il corso della luce. Perdendo via via ogni perlaceo e sfumato colore aurorale, essa si va caricando in intensità delle nouances dell’oro e innesca rimandi tra tinte corpose, che contrastano vigorosamente le ombre dense da cui pure sono sagomate. Cefalù capta la luce e la intrattiene, la lascia vibrare e variegare nelle mille ondulazioni dell’acqua che la lambisce e nelle mille modulazioni della pietra della Rocca che la incastona: Cefalù orchestra un cromatismo che, per vivace contrappunto, combina il risplendente tono dei gialli, la brillantezza dell’accento dei verdi, il timbro dei rossi ardenti e dei blu accesi, tutti i colori caratteristici della tavolozza siciliana.
La luce nella storia di Cefalù, ora. Senza dubbio la città è sintetizzata dalla sua Cattedrale ruggeriana, dal 3 luglio 2015 sito UNESCO, riconosciuta patrimonio dell’umanità; Cefalù esiste tutt’attorno al suo Duomo: il monumento è intitolato alla Trasfigurazione, mistero di luce narrato nel Vangelo di cui la basilica si fa ammonimento. Gesù si mostra nella luce, si rivela come luce; nel catino absidale, campeggia il libro coi sigilli spezzati che il Pantocratore tiene in mano, aprendolo verso di noi: vi è scritto “Io sono la luce del mondo, chi mi segue non cammina nelle tenebre ma avrà la luce della vita”, pericope tratta da Giovanni, uno dei tre apostoli testimoni dell’evento.
Nella Cattedrale tutto da sempre opera la luce: dalle tessere dei mosaici bizantini alla sequenza delle vetrate contemporanee del maestro siciliano Michele Canzoneri, che istoriano con una originalissima e raffinata tecnica l’esamerone, il ciclo dei 6 giorni della creazione del cosmo nella navata centrale e le vicende della prima comunità cristiana nelle navate laterali. L’abbraccio del Salvatore include ciascuno nella sorte di risorti che l’episodio della Trasfigurazione prospetta a tutti: il corpo di Gesù si fa eccedenza luminosa – come pittori quali Beato Angelico, Rubens, Tiziano, Raffaello, hanno provato a rendere – nella carne e con la carne del Figlio di Dio, Dio egli stesso, la materia va perciò ricreandosi, di gloria in gloria, in quanto amata da un Dio che, fattosi simile a noi, ci renderà simili a lui. Il 6 agosto a Cefalù si fa festa per questo.
Ecco dunque come Cefalù e il suo Bastione possono far fruire al meglio questa mostra: città mediterranea, città di luce per geografia e storia – come ho cercato di esplicitare – questa città è scenario privilegiato per mettere a tema il messaggio suggestivo del vostro vernissage che interpreta la luce nei modi più differenti. Oltre ai dipinti eseguiti con le tecniche e gli stili più differenti, afferenti ciscuno al solco della ricerca che ognuno sta conducendo, sono esibite opere di fotografia, arte che “ri-scrive” con la luce il tempo e imprime i nostri ricordi; addirittura apprendo che alcuni degli autori realizzano “poietizzazioni” che, transitando nel mondo della moda, divengono gli abiti che indossiamo e con cui esprimiamo, intessiamo, le nostre relazioni con gli altri e, attraverso di esse, il nostro più proprio farci uomini, il nostro più autentico essere persone.
Veniamo alla luce – ci spegniamo; così raccontiamo di frequente la nostra parabola esistenziale dal nascere al morire: con metafore che fanno ricorso alla luce; esprimiamo il conoscere come un fare o un ricevere luce; altrettanto sovente indichiamo la bellezza con connotati ricavati da caratteristiche della luce. Siamo nella luce; non tanto e non solo vediamo la luce, ma ci sentiamo nella luce: vi dimoriamo, la riconosciamo come imprescindibile nostro ambiente vitale, come immediata pertinenza del nostro sog-giornare nel mondo, appunto.
Non siamo sicuramente noi i padroni della luce, possiamo esserne al massimo custodi, magari più o meno saggi ministri, al massimo più o meno geniali “artisti”: ma non possediamo mai del tutto alcun lume e alcuna fiamma. Ci è dato comunque sperare che ci siano accordati giorni che, seppur non dovessero essere così tanti, siano almeno “belli”. Siano i candidi soles che fulserunt -sic, rifulsero, lampeggiarono potremmo tradurre – per l’amata e per l’amore del poeta latino di età classica Gaio Valerio Catullo; siano cioè i giorni saturi di quella luce abbacinante che sovente illumina il mediterraneo, quella luce bianca in cui – ci insegna la scienza – sono compendiati in armonia tutti i colori della gamma cromatica. Sono i giorni che si fanno invito alla convivialità, alla inclusione, alla non ostilità bensì alla ospitalità; sono i giorni trasfiguranti: quelli che ci fanno sperimentare, nell’umano-in -comune, l’eccedente pienezza di vita che è la vita in pienezza.
Di questa Luce Cefalù, anche grazie a voi, si faccia faro nel Mediterraneo.
Non resta che augurarci che la mostra …ce lo mostri.









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