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Dai Medievalismi ottocenteschi al sensazionalismo social: Il caso del re Ruggero

Dai Medievalismi ottocenteschi al sensazionalismo social: Il caso del re Ruggero

Durante il XIX secolo, in Sicilia, si sviluppò una corrente ideologico-politica comunemente chiamata Medievalismo.

A seconda delle diverse appartenenze ideologiche essa fu utilizzata per sostenere le pretese assolutistiche dei Borbone, o le idee di intellettuali ideologi del risorgimento isolano o sostenitori di spinte separatiste.

Uno dei grandi eventi storici che subì maggiormente le reinterpretazioni a uso politico fu l’epopea dei Vespri Siciliani del 1282. Durante le Guerre d’Indipendenza e l’invasione dei cosiddetti Mille, per l’annessione al Regno di Sardegna, ad esempio, i Vespri furono visti come precedente eroico per il trionfo della Nazione Italiana sui Borbone, appunto, e sugli Austriaci.

 

È chiaro come l’uso politico della storia sia strumentale a progetti di costruzione di nuove identità nazionali, o, nel più piccolo, al fornire basi storiche condivise ad agglomerati umani che poco avevano in comune. Ulteriore riprova, ancora sull’esempio dei Vespri, è il loro essere tirati in ballo anche a partire dagli anni ’40 del XX secolo, in relazione ai movimenti indipendentisti e separatisti siciliani.

 

L’uso di epopee di popoli oppressi – che, nonostante inferiorità numerica e militare, si ribellano ai tiranni in difesa di libertà e onore – è assodato e consueto, soprattutto in mano a chi esercita un potere da far accettare all’opinione pubblica; il richiamo a presunti precedenti storici serve a tali progetti come base culturale intrisa di elementi simbolici e mitologici, con chiaro intendo didattico e spesso anche propagandistico. 

Si tratta di un tema complesso e importantissimo, che giunge a toccare realtà storiche gravi, come i totalitarismi del XX secolo che hanno usato il mito della romanità o del paganesimo nordico per i loro scopi anche criminali.

 

Il contributo al metodo storico di grandi maestri come Henri-Irénée Marrou ci mette però di fronte alla necessità di vivere il nostro approccio alla storia come alla conoscenza del passato umano; “conoscenza” e non già “studio” o “ricerca”, che di essa possono descrivere la fase di indagine. La conoscenza dice lo spaziare del pensiero dello storico per avvicinarsi sempre di più alla “verità” e validità della conoscenza scientificamente elaborata del passato umano, libero dal fine di rianimare, risuscitare, far rivivere il passato. Se certamente lo storico restituisce al presente qualcosa che – passato – aveva cessato di essere, divenendo “storia”, essendo conosciuto, il passato non viene semplicemente riprodotto tale e quale come era quando costituiva il presente. Esso viene conosciuto in quanto passato, che quando era “presente”, era tutt’altra cosa per i suoi protagonisti. E appunto, ritrovato come “passato”, ha passato la soglia dell’irrevocabile, ed è quindi già stato, è “perfetto”. E lo storico, appropriandosene, lo situa prospetticamente “nella profondità del passato”, mantenendo quel “senso storico” che permette di sentire, in modo egualmente vivo, la realtà e la lontananza dei fatti oggetto della conoscenza storica.

Tutto ciò permette di comprendere come la conoscenza storica, quindi del passato umano, non è di per sé narrazione; non è un’opera letteraria che quel passato vuole far rivivere nel racconto. E se il lavoro dello storico finisce quasi sempre per completarsi in uno scritto, per esigenza pratica, anche di divulgazione, prima ancora che venga scritta, la storia compiutamente elaborata deve essere presente nel pensiero dello storico. Lo scrivere ne è un mezzo.

L’indagine delle fonti muove, pertanto, a un rifiuto di ogni falsa, ipotetica, irreale rappresentazione del passato che tanto attrae, purtroppo, anche nella produzione di quei leggendari pedagogici contenenti un passato a fumetti che sin dalle classi elementari, con grande orgoglio, gli Stati inculcano nell’animo innocente dei loro futuri cittadini, cifra che fa comprendere l’entità dell’uso politico della storia o del suo racconto.

 

 

Con i Vespri Siciliani, gli altri due grandi miti della Sicilia Medievale che hanno riscosso e riscuotono un grande interesse per l’uso politico, ma anche commerciale, sono quello della cosiddetta “Età dell’Oro” della Sicilia Islamica, e quello dell’Epopea dei Normanni.

 

Ritenendo il tema degno di approfondimento, anche come chiave di lettura ‘alta’ a certi approcci odierni, mi permetto di segnalare una serie di studi, di cui in queste righe propongo alcuni stralci sintetici, di Nicolò Maggio, dell’Università di Messina, proprio sui Medievalismi Siciliani.

 

In Sicilia, all’indomani del Congresso di Vienna e dell’istituzione ufficiale del Regno delle Due Sicilie l’8 dicembre 1816, le rivolte risorgimentali non miravano a rovesciare un ordine stabilito, come nel resto d’Italia, ma a reintegrarlo e restaurarlo. Sia per l’intellighenzia rivoluzionaria e antimonarchica che per la corona borbonica, i modelli medievali di riferimento erano le innovazioni, le istituzioni e le imprese delle monarchie normanno-sveva e aragonese, entrambe rappresentate come l’apice della grandezza del Regno di Sicilia, ma interpretate diversamente a seconda delle esigenze e dei disegni politici dell’una o dell’altra parte.

Tra il XVIII e il XIX secolo la Sicilia appariva tutt’altro che chiusa in sé stessa, ed era molto aperta agli scambi intellettuali e ai fermenti culturali europei, come il riformismo illuminista e le sensibilità romantiche. Il medievalismo si sviluppò nell’isola, acquisendo caratteristiche specifiche e peculiari che lo resero unico nel complesso e variegato contesto storico e culturale europeo. Come già accennato, sia l’intellighenzia rivoluzionaria e indipendentista che la dinastia borbonica si impegnarono nell’esaltare e rimodellare la gloriosa età del Regnum Siciliaenormanno, con i suoi resti architettonici e le sue conquiste politiche e militari, specialmente quelle realizzate durante i regni di Ruggero II e Guglielmo II. 

Il primo gruppo includeva Niccolò Palmieri (1778-1837), Giuseppe La Farina (1815-1863), il Duca Domenico Lo Faso Pietrasanta di Serradifalco (1783-1863) e l’abate Paolo Balsamo (1764-1816). Essi guardavano alle istituzioni rappresentative e d’avanguardia fondate dalla famiglia d’Altavilla – come il Parlamento Reale (1130) – per rivendicare l’autonomia della Sicilia ed enfatizzare i poteri e le specificità delle istituzioni e delle tradizioni politiche siciliane. 

Al contrario, i sovrani borbonici cercarono ed enfatizzarono nella monarchia normanna le fondamenta dell’assolutismo regio e le intenzioni centralizzatrici del governo d’Altavilla, di cui si professarono continuatori ed eredi.  Ferdinando II di Borbone (1810-1859), ad esempio, è ritratto in costume di sovrano normanno nelle opere degli storiografi reali. Al fine di enfatizzare il suo ruolo di neofondatore di un potente regno mediterraneo, il sovrano promosse un imponente programma di costruzione e restauro neo-medievale dei principali edifici civili e religiosi normanni a Palermo, cioè quelli più rappresentativi del potere della corona: il Palazzo Reale, la Cappella Palatina e la Cattedrale di Palermo. Questi monumenti incarnano la politica assolutista, centralista e monarchica di Ferdinando I di Borbone, e sono espressione dello stile neogotico siciliano che si sviluppò nell’isola con forme particolari, esotiche e spesso arabescanti, uniche in Italia. 

Il principale promotore di questo programma culturale neo-normanno fu senza dubbio l’abate e storiografo reale Rosario Gregorio (1753-1809). Le attività e le opere di Gregorio mirano, da un lato, a esaltare i tratti caratteristici del Regno di Sicilia e delle sue istituzioni autonome, e dall’altro a celebrare la monarchia borbonica come unica erede legittima delle corone normanno-sveve e aragonesi e a evidenziare la superiorità del monarca sui baroni e feudatari siciliani. Più specificamente, Gregorio fu responsabile dell’analisi dei sepolcri reali della Cattedrale di Palermo durante il restauro della cattedrale da parte di Ferdinando Fuga e Giuseppe Venanzio Marvuglia (1781-1801). Le sue descrizioni furono incluse, con alcune modifiche, nell’opera monumentale di Francesco Daniele, I regali sepolcri del Duomo di Palermo riconosciuti e illustrati (1784). 

Con l’esplicito obiettivo di celebrare la monarchia borbonica e la dottrina dell’assolutismo regio di origine normanna, Gregorio divenne anche un intelligente e colto mecenate di dipinti a sfondo storico-medievale. 

Queste operazioni intendevano evocare parallelismi tra il carattere crociato della conquista normanna della Sicilia, l’alleanza stretta tra Roberto il Guiscardo, Ruggero e il Papa e la profonda cristianità di cui erano intrisi la loro missione e il loro governo, e il governo di Ferdinando I di Borbone, caratterizzato da una politica di riavvicinamento con lo Stato Pontificio e rispetto per l’istituzione della Legazia Apostolica. 

Ma, pur esponendo l’alienabilità dei feudi in Sicilia,attraverso un’attenta lettura delle disposizioni e dei capitoli dell’età aragonese, Gregorio sostiene fermamente la politica assolutista del regno borbonico, contrastando l’interpretazione baronale secondo cui il Conte Ruggero fosse un ‘primo tra pari’, sostenuta dall’aristocrazia feudale e centrifuga siciliana.

 

Un altro elemento fondamentale attraverso cui si dispiega il medievalismo siciliano è la ricostruzione della storia della Sicilia araba: l’invenzione del mito della Sicilia islamica può essere fatta risalire al falsario Giuseppe Vella (1749-1814), che la rappresentò come un giardino di delizie mediterraneo, patria di filosofi, studiosi e politici d’avanguardia che giunsero sull’isola non come feroci conquistatori ma come liberatori. Questa rappresentazione emerge dalle due falsificazioni storiche del Medioevo mediterraneo, il Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi (1789-1792) e il Consiglio d’Egitto (1793), quasi un contrappunto a quanto stava accadendo nell’Europa settentrionale con i poemi ossianici di Macpherson. 

Né il Codice né il Consiglio d’Egitto sono privi di precisi obiettivi politici: Vella desiderava inventare un’origine araba immaginaria e fantastica per il feudalesimo – in realtà introdotto in Sicilia dai Normanni – per favorire la posizione dei baroni siciliani, ma anche per sottolineare le sostanziali divergenze e le diverse esperienze storiche e politiche della Sicilia rispetto al Regno di Napoli e al resto d’Italia.

Nella tradizione storiografica siciliana, l’immagine mitica e innovativa della Sicilia araba fu ripresa da Michele Amari (1806-1889) nella sua Storia dei musulmani di Sicilia (1854-1872). 

Sebbene quest’opera sia basata su una rigorosa analisi filologica e critica delle fonti, è pervasa da uno spirito politico intrinseco e da un ideale patriottico: l’obiettivo di Amari è quello di sottolineare il ruolo fondamentale svolto dagli Arabi di Sicilia nella formazione del nascente popolo italiano, nel suo divenire nazione a partire dall’isola. L’opera è quindi un manifesto delle idee unitarie e annessionistiche a cui Amari giunse dopo il fallimento della rivoluzione d’indipendenza siciliana del 1848, che egli aveva inizialmente sostenuto con la pubblicazione delle prime due edizioni de La Guerra del Vespro Siciliano (1843) e la sua partecipazione diretta alle rivolte e alle iniziative del parlamento del regno indipendente. – Dell’uso politico della sua attività culturale, abbiamo prova a Cefalù con il caso del progetto di confisca del Tabulario della Chiesa Cefaludense, attuato solo in parte.

 

Il mito arabo-normanno fu alimentato anche da un folto gruppo di viaggiatori europei che giunsero in Sicilia. La Sicilia di Goethe, Schinkel, Viollet-le-Duc e Dufourny, divenne la terra dei contrasti, un luogo delizioso dell’esotico e del sincretismo artistico, culturale e religioso, un ponte tra Occidente e Oriente. …

 

Non serve però dilungarsi su queste analisi. Basta andare ai citati contributi di Maggio e alla bibliografia che ne fornisce. Da lui ho sintetizzato le presenti notizie sul Medievalismo.

 

L’attenzione al tema però, è richiesta dall’impazzante moda del Normanno. Moda che ha dato la stura a letture fantasiose,lontane delle fonti e della loro critica, che creano convinzioni infondate ed erronee.

 

Non si tratta di romanzi storici. Il romanzo storico, come tutti ricordiamo dallo studio dei Promessi Sposi, è un genere letterario che mescola la realtà dei fatti storici e la fantasia dell’autore sulle avventure che coinvolgono i personaggi. L’autore di romanzi storici offre racconti che sembrano un invito a cogliere le analogie tra i fatti raccontanti, accaduti in un passato che sembra lontanissimo ma in un contesto che è il nostro, e le vicende della nostra società contemporanea.

Non c’è, negli autori di romanzi storici, la presunzione di affermare il proprio prodotto come vera chiave di lettura dei fatti della storia reale, né la volontà di ingannare il lettore offrendo come veri dei fatti di pura invenzione.

Certamente, chi legge deve sapersi muovere tra fonti vere e testi letterari. Camilleri, ad esempio, in esergo ad alcuni suoi romanzi storici presenta le fonti da cui si è lasciato ispirare – si pensi a La setta degli angeli, che racconta tristi storie della nostra realtà Diocesana.

Guardando ai quattro secoli raccontati da Camilleri nella sua produzione di romanzo storico sembrerebbe che essi siano passati senza scalfire il carattere essenziale del nostro Paese, nella ostinata ingovernabilità che si percepisce ancora di più nelle epoche di travaglio, segnate da un oblio generalizzato della nostra memoria storica. 

Tra le righe di Camilleri, sembrano scontrarsi i tratti di governatori ideali, dotati di eccezionali qualità morali, intelligenza, cultura, spirito umanitario, senso pratico e rifiuto categorico di qualsiasi forma di disonestà, di cui la realtà di ieri e di oggi ha bisogno, unitamente a slanci di libertà, emancipazione e giustizia, in ossimoro con la caricatura del governo offerta dalle corti di corti che esercitano dispoticamente il potere. 

La produzione di quei testi – che romanzo storico non sono –viene presentata come sensazionale svelamento di verità occulte, con riferimento a fonti non esistenti, dichiarate in possesso di chissà quale gran sacerdote della storia locale che ne centillinagutticole agli inermi boccaloni privi di metodo critico.

Sarebbe molto più onesto parlare di prove narrative, di canalizzazione artistica di proprie velleità scrittoriche, di scrittura creativa in stile Nome della rosa, ma priva dell’impalcatura di fonti e di saperi che quel romanzo trasuda, anche quando manifestamente vuole ingannare il lettore sfidandolo nel riconoscere le fonti vere da quelle prodotte ad hoc.

È vera arte il sapersi muovere tra fictio, falso e fake. Ma se fictio e falso possono dare slancio artistico alla fantasia fino a diventare motore culturale, il fake ha solo scopo ingannevole, con ricadute nell’uso politico e commerciale.

Da troppo tempo ci si ritrova purtroppo a osservare come il povero Ruggero, il suo legame con Cefalù, perfino il luogo del suo riposo eterno, sono tirate per la collottola a fini meramente social o di guadagno. 

Lo si è ridotto al Sire di parole illeggibili, di chi mastica dizionari per rendere incomprensibile il proprio pensiero (se esso, sotto il pesantissimo coperchio di un sarcofago di retorica, è veramente esistente); lo si ritrova protagonista involontario di epopee arturiane, in cui dei ‘Canonici della tavola rotonda’ invece di cantare le lodi del Redentore, si trasformano in novelli ‘cavalieri rosa-croce’ a guardia di qualcosa di inesistente; lo si sente ronfare esausto, tra la rocca e il mare, forse meditando unafuga, certamente in cerca di silenzio, perché svegliato dal suo eterno riposo dagli strepitii di chi, dopo le epopee artisticamenteesaltanti del medievalismo, oggi produce di altre, sensazionali, roboanti in pari misura del vuoto dei loro fondamenti.

Don Pietro Piraino

Direttore Archivio Storico Diocesano